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Fruit Bats
Spelled In Bones
2005
Subpop
di Mauro D'Alonzo
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L’ammirazione delle giovani leve nei confronti dei Beatles non conosce battute d’arresto e proprio nell’anno in cui si è celebrato il venticinquesimo anniversario della morte di John Lennon tale attrazione ha coinvolto una folta schiera di vecchi e nuovi adepti. “Road To Rouen”, sesto tassello dell’impareggiabile discografia dei Supergrass, contiene un esplicito omaggio al timbro vocale e alle ballate criptiche del genio barbaramente cancellato dalla pistola di Mark Chapman mentre i Fruit Bats, che di dischi alle spalle ne hanno appena due, allestiscono una variopinta citazione di alcuni precetti che, dai quattro di Liverpool in poi, hanno influenzato il verbo del pop. “Spelled In Bones” ha comunque origini molto distanti da Mathew Street e dai ricordi del Cavern Club. Dietro la consolle c’è un duo tuttofare di Chicago costituito da Eric Johnson, che oltre a prestare penna e voce si esibisce alla chitarra e alle tastiere, e alla delicata figura di Gillian Lisee, addetta alle fatiche del basso e incaricata di addolcire i toni con il mandolino. Si sono affacciati sulla ribalta cinque anni fa e una prima svolta è sopraggiunta nel 2003, con il cd “Mouthfuls” e, soprattutto, i preziosi consigli della Sub Pop. Il sodalizio con l’etichetta nata nei primi anni ’90 quale scudiere dei vagiti più assordanti del grunge ha permesso ai Fruit Bats di affondare le radici in quel terreno in cui germogliano amichevolmente i semi del country, del folk e di melodie che attingono tanto dal fronte britannico quanto dal filone “sunshine” mirabilmente impersonato dai Beach Boys. “Spelled In Bones” rappresenta una scelta di campo più netta e farà sospirare gli osservatori convinti che i loro autori non fossero in grado di varcare la soglia del timido bozzetto acustico: undici pezzi ricchi di variazioni e di intarsi armonici fanno virare decisamente la rotta verso le atmosfere che hanno fatto la fortuna dei maestri di “Penny Lane” e “Caroline No” e fanno leggermente calare l’attenzione per quegli accordi asciutti che hanno legittimato richiami a Nick Drake e paragoni con altre nicchie del cantautorato contemporaneo come i Clem Snide. L’opening track è un avvertimento senza possibilità di equivoci: dopo un abbrivio a base di secca chitarra, “Lives Of Crime” spicca il volo sulle ali di una melodia impeccabile e plana su una pista illuminata da ammiccanti flash psichedelici, che vanno a braccetto con gli spunti dei primi Kinks e con alcuni incisi di Sean O’Hagan. Il pentagramma è un lenzuolo candido che ammanta anche i momenti più urticanti ed è difficile restare perplessi di fronte ad una ballata come “Spelled In Bones”. Ad ogni modo, le carezze non impediscono di spargere qua e là un po’ di fiele ed una ritrovata vena acustica riporta alle note scarnificate di “The Earthquake Of ‘73”, irrigata da un’intensa spruzzata di folk, e “Traveler’s Song”, attraversata da un pianoforte privo di eccessi. “Spelled In Bones” è una salutare ventata di morbidezza il cui obiettivo è quello di porgere l’altra guancia agli schiaffi ripetutamente assestati dall’inarrestabile ondata post punk. Se quest’ultima sferra picconate alle fragili pareti del rock, i controcanti di “Silent Life” e le acrobazie fiabesche di “Every Day That We Wake Up It’s A Beautiful Day” scaturiscono da un sano spirito conservatore e non intendono sovvertire alcun equilibrio. Pochi si spelleranno le mani per acclamare questa musica che comunica attraverso sussurri piuttosto che grida, ma nessuno negherà l’onore delle armi a degli abili affrescatori che non puntano ad inaugurare l’ennesima scuola, bensì a rinsaldare quelle correnti di pensiero che, a scuola, siedono in cattedra.
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24/01/2006 -
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