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Robert Post
Robert Post
2005
Uni/Mercury
di Stefano De Stefano
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Da un po’ di tempo paesi freddi come Svezia e Norvegia stanno cacciando diversi cantautori quanto mai caldi nel loro porci le loro delicate canzoni fatte di chitarre e tanta melodia inglese; ai vari Sondre Lerche e Thomas Denver Jonsson si aggiunge adesso un talento che sembra essere purissimo. Robert Post ha un percorso musicale che l’ha portato spesso lontano dalla sua vera vocazione, quella di scrivere canzoni gentili con il gusto di un tempo: aveva un gruppo che tributava i Kiss, l’ha sciolto; ne mise su un altro ma la dimensione grunge non era decisamente la sua; così accantonò per un po’ la musica e si dedicò a lavori vari e saltuari. Un giorno la botta di fortuna che ti cambia la vita: faceva il tassista quando vide entrare nella sua auto un noto produttore; subito allo stereo fu messa una vecchia registrazione di un suo pezzo. Era fatta. Ora Robert Post esce con questo disco di debutto in tutto il mondo e possiamo dire che non averlo con noi sarebbe stato un peccato. Perché il disco è veramente carino, arrangiato con cura senza mai strafare e scadere nel suono patinato e laccato; i testi hanno già un certo spessore e soprattutto al centro di tutto c’è la melodia, una melodia che si insinua mai in modo ruffiano perché cresce di ascolto in ascolto. Un bel disco di pop chitarristico che non disdegna l’uso di archi e tastiere, pieno di canzoni che strizzano l’occhio ad una certa forma di canzone, quella inglese che parte dai Beatles e che si sviluppa in direzione cantautoriale, ricordando per giunta qualcosa dell’americano Elliot Smith. L’apertura del disco è data da “There’s One Thing”, un semplice pezzo in tre quarti che mette subito in chiaro il sound e il tipo di disco che si andrà ad ascoltare: trame di chitarra acustica su cui ricamano delicati arpeggi elettrici fanno infatti da sfondo a una voce che arriva pulita e chiara, mentre i violini e i cori fanno tutto il resto. “Got None” è il singolo e si capisce subito perché. È un pezzo accattivante con le solite chitarre acustiche e i violini che danno ritmo a sottolineare i passaggi armonici degli accordi; all’inizio sembra di sentire qualcosa tipo Michelle dei Fab Four ma poi il pezzo cambia direzione e va chiaramente da un’altra parte; la voce femminile è quella di Aimee Mann mentre lo stile del cantato ricorda un po’ quello di McCartney (e giustamente diremmo noi). La successiva “Silence Makes Him Sick” continua il discorso avviato con le precedenti due canzoni, si aggiungono altri strumenti come organi e piano e il risultato è una melodia cristallina che resta subito impressa. Dopo le delicatezze folk pop di “High Tide” è la volta del rock più diretto di “More And More”, un pezzo che è più tirato nel suono e nelle intenzioni nonostante l’uso di tappeti di tastiera; con “Big Boat” siamo nel territorio del brit pop perché sembra uscita dalla penna di un Richard Ashcroft più dimesso e malinconico (se mai potesse essere possibile) mentre di “New Born” resta poco perché è un pezzo rock un po’ scialbo e banale. Nella seconda parte del disco compare una delle canzoni più belle, quella “Everything Is Fine” che sa quasi di confessione per come è confezionata: solo una chitarra acustica e qualche intervento di cori e tastiera, basta quello perché c’è una melodia che è letteralmente poesia. “Ocean And A Tear” è un altro discreto pezzo pop rock dotato della solita melodia che parte in sordina per aprirsi successivamente con ruvide chitarre rock e una batteria che pesta, mentre “Come Home” è una triste ballata costruita sul pianoforte e avvalorata dall’uso di un’orchestra che nel finale prende il sopravvento; la chiusura acustica del disco è affidata a “Far Away From This Town”, solo voce, chitarra e un po’ di organo per una canzone dal gusto molto classico, diciamo rivolto verso la Liverpool di 40 anni fa. Circa 45 minuti di ascolto, undici canzoni e nessuna (o quasi) da scartare, tanta melodia e un sound che non vuole essere troppo smaccatamente inglese: un debutto di cui non ci si può certo lamentare a quanto pare. L’impressione è che questo Robert Post non sia una meteora o un fenomeno passeggero, staremo a vedere la sua riuscita. Per il momento una cosa sicura c’è: un bel disco, curato, suonato e cantato bene. Da provare.
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18/01/2006 -
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