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C’è questo gruppo, i My Morning Jacket da Louisville, che suona come se ogni pezzo che architetta fosse un classico. Che più che un compact disc avrebbe dovuto incidere un bel vinile puzzolente. Non tira fuori una – dico una – canzone che non regali qualcosa per cui esaltarsi, sotto tutti punti di vista. Che non suoni maestosa, imprescindibile, vitale. “Z”, il loro ultimo disco – ne hanno fatti quattro, oltre ad un sacco di ep – è diventato un caso mondiale. Si, perché in realtà i My Morning Jacket sono fuori dai grandi giri, non fanno clip, non sono promossi come la next big thing o farfugliamenti del genere. E invece, una “grossa cosa”, lo sono davvero. Perché la loro musica, solo quella, li sta spingendo in alto, preme come un’ossessa per portarli all’attenzione planetaria – e peccato che abbiano dovuto rinunciare al tour europeo per un problema all’illuminato leader Jim James. Basterebbe “Wordless Chorus” per ripagarvi del prezzo del disco: dire retrò è dire una cazzata. Significa non averne capito nulla. La musica dei My Morning Jacket è un insieme di reminescenze ed influenze messe assieme senza che nessuna di esse perda alcunché, ma anzi guadagnandoci al quadrato. Lo dicono il semplicissimo riff di tastiera o i cambi in crescendo di “It beats for you” (che a dire Pink Floyd non si sbaglia). Ma anche “Gideon”, poi, che è un prorompente inno laico, devastante, perfetto. Per carità: non ci va di star lì a ripetere quanto hanno detto sul loro conto. Il fatto è che questo gruppo riesce a fare quanto può esser fatto perché la Musica ritrovi un senso, oggi: mettere assieme le cose più straordinarie del passato. Ma senza farne una spremuta mesta, bensì una fantastica ed originalissima rielaborazione. “What a wonderful man”, per dire, ti fa rimpiangere di essere nato in un decennio sbagliato: eppure senti che è anche e pienamente musica del tuo decennio, della tua epoca. Ci appartiene, nonostante tutto. “Off The Record” sta fra i fab four, i Mercury Rev e la carica folk rock della mitica The band. O l’ispirazione di Neil Young periodo ’68-‘74. Salvo chiudere con una irresistibile lunga coda molto psych pop, decisamente dreamy e abbastanza made in Canterbury. Da leccarsi non solo i baffi, ma tutto quello che avete a portata di faccia. Così come allucinata è la ballata successiva, “Into The Woods”, che vorresti essere in cima ad una ruota panoramica, tu la tua ragazza lo zucchero filato il vento e il cielo, almeno tre decenni fa in un parco di divertimenti da qualche parte nel Kentucky. Insomma: non c’è una parte sbagliata, in “Z”. Appena cominci ad abituarti ti spiazzano, dove pensi di sentire un riferimento: si, bravo, è proprio quello ma ce ne sono altri mille e tutti rimontati alla perfezione. Anche la botta rock di “Anytime” è irresistibile, con quei coretti sfibrati in contro canto. Un punto è centrale. Non è un gruppo di fissati anni ’60-’70: è un gruppo di gente che ha sicuramente certe radici – che si sentono – ma che lavora in modo appassionato per superarle con enorme carica. “Laylow” “Knot Come Loose” e “Dondante” chiudono spiritatamente il disco, in un misto fra disperazione ed inaspettate aperture. Inutile dire che qui dentro, c’è anche molto altro: da Simon & Garfunkel alla sperimentazione free dell’immenso Zorn, dai cappelli da cowboy alle divise progressive pseudo-militari di Lennon e compagnia bella, dai Credence Clearwater Revival alle andature infinite dei Van Der Graaf Generator, dallo sperimentalismo al conformismo più spietato passando per le gonne a fiori che la vostra ragazza indossa d’estate, mentre vi inseguite per i prati per poi prendervi a schiaffi . E che se non escono con questo disco, i My Morning Jacket, non so davvero cosa bisogna produrre al mondo di ancor più rock. Già, perché “Z” è uno dei pochi dischi ancora e genuinamente rock che Io abbia mai sentito negli ultimi anni.
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