|
Di solito queste cose vanno a finire a schifìo: celebrata band che tra il ’71 e il ’74 incise tre dischi di perfezione power-pop (e non solo) pubblica un nuovo album di studio a tre decadi di distanza dallo scioglimento, tanto per vedere – come diceva Jannacci – l’effetto che fa. Solo che nel frattempo il co/leader dei tempi del primo disco Chris Bell è defunto – nel ’78, in un incidente stradale -, il bassista Andy Hummel si è dato all’ingegneria, e dei membri originali abbiamo unicamente (il grande) Alex Chilton e il batterista Jody Stephens. I quali, nel rispolverare il da noi adorato nome Big Star, si fanno supportare dagli ultraprofessionali Posies Jon Auer (chitarra) e Ken Stringfellow (basso), con cui peraltro avevano già operato in dimensione live fin dai tempi in cui usci “Columbia: Live at Missouri University 4/25/93”. E va bè, la colpa è pure nostra se si dà luogo ad operazioni del genere; o perlomeno, di gente come noi, che ad ogni concerto del povero Chilton lo accerchiavamo chiedendogli (implorandogli): “Hey Alex” – manco fosse un amico carissimo – “are you going to play any Big Star songs?” Così alla fine Alex ci ha accontentato, ha registrato un nuovo disco di studio dei Big Star, e adesso farà pure un tour promozionale insieme a Stephens, ad Auer e a Stringfellow, e presenterà le nuove canzoni…e naturalmente anche le vecchie. “In Space” all’inizio ci ha pure illuso, perchè quando su “Dony” Chilton attacca quel ritornello “Surely / you’re aware”, sembra davvero che i Big Star siano tornati, e tornati quasi al livello dei tempi di “Radio City”. E anche la seconda canzone del mazzo, “Lady Sweet”, è melodicamente una delizia, se qualcuno ci avesse detto che era stata composta dal (fu) Chris Bell, ci avremmo creduto. Poi però si perdono subito, i Big Star Mk II (o Mk. III, considerando che quelli di “Radio City” e “Third” erano già senza Bell? Boh…): “Best Chance” è un impalpabile rocketto beatlesiano; “Turn My Back On You” inizia con una citazione di “Wouldn’It Be Nice” dei Beach Boys, ma si sviluppa – piuttosto – come una b-side dei Thrills. Poi c’è l’orrore di “Love Revolution” in cui Chilton e soci si dedicano al funk, riuscendo a fare di peggio dei già efferati tentativi degli Style Council del terzo album “The Cost Of Loving”, una delle macchie della altrimenti degnissima carriera di Paul Weller. Arriva quindi “February’s Quiet”, quasi una filastrocca da Zecchino D’Oro dalle rime (troppo) baciate. Non convince nemmeno la più rockante “Mine Exclusively”, troppo venata “sixties” del periodo “British Invasion”, mentre i Big Star originali possedevano una “allure” decisamente senza tempo; “A Whole New Thing”, poi, è addirittura in odore di rock’n’roll anni cinquanta… E’ piacevole, benchè estremamente prescindibile, lo strumentale “Aria, Largo”. E finalmente ritroviamo tracce dei Big Star che abbiamo amato su “Hung Up With Summer”, sognante ballad dal sapore, ovviamente, estivo. Anonime e inutili le restanti “Do You Wanna Make It” e “Makeover”, dove sembra di ascoltare una garage-band qualsiasi. Come si conviene, “In Space” – che da oggi in poi chiameremo “Fourth” - lo serberemo con cura nella nostra personale discoteca affiancandolo a “Sister Lovers” - meglio noto come “Third”. Si ingelosirà assai, nel corso del tempo, perché gli altri tre dischi consanguinei usciranno spesso dalla custodia per andarsi a fare un giro sul lettore CD. Lui invece, il “quarto”, ci andrà molto di rado, forse mai più; e farà – verosimilmente - la stessa ingloriosa fine di altre similari “cautionary tales” della discografia rockettara quali ad esempio “78° In The Shade” degli Small Faces (1978) e “Ark” degli Animals (1983). Li avete presenti quei due dischi? No? E buon per voi…
|