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The Kingsbury Manx
Fast Rise And Fall Of The South
2005
Yep Records
di Stefano De Stefano
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C’è una produzione sconfinata da parte di band sconosciute o quasi che non ha nulla da invidiare ai grossi nomi e alle grosse etichette discografiche, purtroppo non hanno la giusta visibilità perché spesso per registrare un disco di qualità c’è bisogno di stare lontani dalle pressioni del mercato e questo è davvero un peccato. Prendiamo i Kingsbury Manx ad esempio. Un gruppo validissimo che è già alla sua terza prova (escludendo l’EP di debutto) con questa veloce nascita e caduta del Sud; un disco che è davvero ben confezionato e arrangiato, non a caso prodotto assieme a Mike Jorgensen dei Wilco. L’atmosfera è quella efficacemente descritta dalla copertina del cd, una atmosfera autunnale che tuttavia esplode con forza in diversi episodi del disco. Precisiamo subito che i Kingsbury Manx sono americani (di Chicago per la precisione) e si rifanno quindi alle tradizionali american roots, elaborandole però con un’attitudine tipicamente inglese che ci porta direttamente a gruppi come Kinks e Pink Floyd nella loro prima fase psichedelica certamente più acustica e folk; Byrds, Beach Boys e Simon & Garfunkel i punti di riferimento per quanto riguarda le influenze della patria. Quello che ne esce è un disco essenzialmente suonato con strumenti acustici (ma anche chitarre elettriche pulite, giusto qualche svisata distorta per le fughe strumentali), piano e chitarre arpeggiate, hammond e banjo: un affresco di genuinità che si compone man mano che il disco va avanti. C’è lo spettro di un Elliott Smith forse più rurale e psichedelico che aleggia su queste canzoni, un’atmosfera che per il sound si rivela inglese ma per la strutture armoniche richiama direttamente la radici americane. “Nova” ne è un esempio. Prima parte da pezzo indie rock americano, quasi alternative country che neanche Ryan Adams farebbe, poi breve pausa e attacco psichedelico per uno strumentale che comincia a salire e a portarci in un territorio quasi onirico pieno di echi e suoni indefiniti: siamo nella terra dei Pink Floyd prima che perdessero il Crazy Diamond. Abbondano i pezzi in tre quarti, tipici country walzer che creano atmosfere e bozzetti rurali di grande efficacia: “Oh No” è uno di questi, piano in evidenza e cori di accompagnamento ad una melodia malinconica di grande effetto; “Harness and Wheel” che apre il disco è uno dei pezzi più belli ed intensi dell’intero album, un’altra ballata in tre quarti che ricorda molto Elliott Smith, il tocco dei Beatles e gli strumenti vintage di Byrds e Simon & Garfunkel. “And What Fallout!” è un delicato episodio quasi sussurrato che ha la particolarità di essere in cinque quarti, mentre ascoltando “Animations” ci si accorge di quanto anche altri gruppi (leggi Thrills) siano debitori ai Beach Boys e Brian Wilson. È folk, alternative country, american rock, indie pop: facilmente inquadrabile nel genere e nei riferimenti eppure così ammaliante e bello da farti venire la voglia di rimetterlo su appena finisce. La chiusura con “Ol Mountainside” è in gran stile: una ballata con una batteria fumosa e tanta malinconia inglese nella melodia corale che nel finale si apre in modo vagamente psichedelico e rumoristico, per la gioia di chi ha ascoltato finora il disco. Tre quarti d’ora di godibilissime canzoni come si costruivano una volta, con importanza data alla melodia e ai suoni di un tempo, carezze armoniche e sound vintage per una California autunnale, proprio come si vede sulla copertina di The Fast Rise and Fall of the South.
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29/12/2005 -
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