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La storia è più o meno nota: metà degli anni Ottanta, nasce il Mad-chester Sound, una interessante e sperimentale contaminazione di rock, dance, psichedelica e soul, gli iniziatori sono proprio gli Stone Roses di Ian Brown e John Squire. L’impatto e il seguito che avrà questo movimento sarà enorme d’ora in poi per tutta la musica britannica, e gruppi come Verve, Oasis e una filiazione illustre ne sono una evidente prova, ma questo è un altro discorso che ora non ci interessa. Allo scioglimento degli Stone Roses dopo due album seguono varie carriere soliste, ma mentre il progetto solista di John Squire si è ridotto alla pubblicazione di Do It Yourself con i Seahorses, diverso è invece il discorso per Ian Brown che ha pubblicato quattro dischi nell’arco di sei anni (dal 1998 al 2004), tutti di pregevole fattura per quella riuscita composizione di suoni e generi diversi: rock e dance in sostanza. Questo disco è una raccolta del meglio della sua carriera solista più qualche inedito, qualche remix e qualche illustre collaborazione; il risultato è molto valido e vario, un concentrato di ottima northern soul music sporcata da groove ipnotici e psichedelici. Il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album è “All Ablaze”, una canzone per nulla fiacca ma anzi dotata di colori orientaleggianti, molto ritmata e contaminata da sotterranee trame elettroniche e trombe mai invadenti. Canzoni di beatlesiana memoria come “My Star” sembrano uscite dall’Album Bianco versante Harrison o da una b-side degli Oasis di Heathen Chemistry, con un gusto per i suoni indiani e le trame psichedeliche di chitarra, mentre la versione remixata di “Can’t See Me” è estremamente cool con quel groove elettronico e quel basso che va avanti e indietro accompagnato da un vivace organo hammond. La voce di Ian Brown si fa ora profetica e sensuale ora ruvida e rilassata, ma sempre nasale e tipicamente britannica (è evidente il tentativo da parte di Liam Gallagher di copiare questo stile), così come il sound del disco rappresenta una chiara matrice da cui si sono sviluppati diversi approcci, dai Doves più sperimentali sperimentali ai già citati Verve e Oasis per arrivare ai Chemical Brothers, Primal Scream e via dicendo. Illustri ospiti arricchiscono questo disco, dagli elettronici Unkle che firmano la bellissima ed intensa “Be There” fino a Noel Gallagher che compare invece in “Keep What Ya Got”, un altro pezzo da Novanta che potremmo benissimo trovare in una b-side degli Oasis del 2002. Ci sono moltissimi episodi di indubbio valore in questo disco, e un'altra gemma da aggiungere alla lista di brani già citati è sicuramente “Longsight M13”, un pezzo che ha una melodia molto Beatles periodo Revolver, un’anima indie e un arrangiamento che deve molto all’elettronica: praticamente una canzone che è fatta per essere ascoltata, cantata e ballata allo stesso tempo. Irresistibili perlomeno altri tre o quattro brani, “Dolphins Were Monkeys”, dotato di un groove costruito su piano elettrico, percussioni ed elettronica, e “Love Like A Fountain”, anima dance in un pezzo funky, senza dimenticare le malinconiche finezze letterarie di F.E.A.R., una canzone che si nutre di archi e violini costruita su parole che iniziano ognuna per ogni lettera del titolo, la paura di vivere che ha ognuno di noi. Un pezzo come “Forever And A Day” impreziosito da una chitarra elettrica che crea un’atmosfera molto Floyd nell’intro (ricorda il miglior Gilmour) ci fa capire invece da dove provenga molta dell’ispirazione del debutto dei Doves, mentre verso la fine dell’album l’ascolto di“Lovebug”, pezzo molto gradevole che combina un’anima soul a trame funkeggianti, ci porta direttamente nei territori cari agli Style Council di Paul Weller. Questo album si chiama The Greatest, forse perché Ian Brown è consapevole di essere un fatto grosso in terra inglese se non altro perché ha dato vita 20 anni fa ad un filone musicale, vale a dire quel misto di rock, psichedelia, elettronica e soul, che ancora oggi non ha smesso di dare i frutti sperati. Fatto sta che questa raccolta di brani presi dai precedenti lavori solisti è veramente un valido affresco del percorso che il nostro ha compiuto; perciò se siete amanti del brit, del northern soul, del funky, dell’elettronica e strizzate l’occhio alla vostra anima danzereccia non fatevi scappare questo disco perché ce n’è da ascoltare e godere acusticamente.
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