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The Fall
Fall Heads Roll
2005
Narnack
di Morrisensei <
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Confesso che è una pratica piacevole e ristoratrice poter tornare sui propri passi e ammettere di avere commesso un errore. Per questo mi sento giulivo nel dover scrivere a proposito dell'ultimo album dei THE FALL. "Fall Heads Roll" è uscito lo scorso 3 ottobre. L'ennesima release di una discografia fiume e schizoide non sempre in linea con l'idea primordiale del dispotico mentore Mark Edward Smith. Aggiungo che negli anni ho sempre pensato di riuscire a divenire un erudito "fallologo". Anche grazie ad un'educazione in materia di stampo adolescenziale conferitami, come una vera investitura, da un'amicizia nata (e poi sfiorita) sui banchi di scuola. Non conosco dunque l'universo Fall nella sua totalità - o le cose si fanno per bene o meglio lasciar perdere - ma non sfuggono al sapere dischi cardine del post punk wave (etichetta comunque che calza stretta ai mancuniani) come "Dragnet", "This Nation's Saving Grace", "The Frenz Experiment" (uahu!) e le celebri Peel Sessions. Eh si perchè John Peel aveva il pallino dei Fall. Tant'è che la band detiene il record: ben 23 sessioni nello studio della BBC! Come quello dei cambi di line up: 42 in meno di 30 anni! E quello dei matrimoni interni - due - tra Smith e l'americana Laura-Elise (aka Brix, oggi ex Fall ed ex signora Smith) e tra la tastierista Una Baines ed il chitarrista Martin Bramah (formeranno in seguito i Blue Orchids). E' sicuramente il gruppo più sottovalutato e poco citato in senso assoluto nel mondo schiumoso dei media specializzati. Colto come il suo fondatore, che sceglie Albert Camus come faro per trovare il nome della band. Prima The Outsiders, dall'opera "L'etranger (Lo Straniero)", e poi The Fall da "La Chute (La Caduta)". Sghembo ed angolare come il suo fondatore. Straniante, malato, deviato, emarginato eppure così completo, profondo e seminale. L'ultimo lavoro - dopo una serie di live d'archivio ed un'altra di box e antologie - è quello che si dice un colpo di coda. Un colpo di coda maestoso come tanti ne abbiamo documentati negli ultimi anni. Tutti provenienti da band/artisti nate/i con il talento appiccicato al culo (di getto penso a Killing Joke, Morrissey, Gang Of Four, Wire...ecc.). "Fall Heads Roll" è virulento. Rutilante. Un capolavoro. Se James Osterberg, Dave Alexander, Ron e Scott Asheton nascessero oggi con la voglia di sterminare il prossimo, mi gioco le palle che suonerebbero così. Come i Fall suonano su questa meraviglia. La voce di Smith è lontana, distaccata, forse il piccolo artista è davanti ad uno specchio a sproloquiare contro il prossimo in una sua personale 25esima ora. Tutto torna. Nell'arco di quasi trent'anni di carriera la band ha eseguito e pubblicato tantissime cover tra cui quelle legate agli anni '60 psych garage. Proprio il primo singolo estratto è "I Can Hear The Grass Grow" dei grandissimi The Move firmato dal pazzoide Roy Wood. Ma come non dimenticare "Victoria" dei Kinks, "Strychnine" dei Sonics o quei pezzi rivoluzionari dei Monks. "Fall Heads Roll" contiene quel sound stritolato dalle manie di Smith. Se ascolterete - ad esempio - "Blindness" non avrete più il tempo di riavervi. Quel basso che stuzzica e lede il cervello per oltre sette minuti è qualcosa di devastante. Capolavoro. Band seminale. Immortali.
(pubblicato per gentile concessione di Nerds Attack!)
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20/12/2005 -
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