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In un articolo apparso di recente da queste parti volto a dissacrare il fenomeno Strokes, è stato scritto - più o meno - che i più validi artisti hanno in comune un’origine non agiata, su cui fa perno quella voglia di rivalsa e di vendetta che spinge a cavare il massimo dal proprio talento. Tutto generalmente vero, anzi verissimo. Esistono però diverse eccezioni a questa regola. Gram Parsons, per esempio, non era un morto di fame ma il ricchissimo erede di una dinastia di possidenti del Sud degli USA, il che non gli impedì, nel giro di pochissimi anni, di dare nuova linfa ai decaduti Byrds e ad inventare quasi da solo quello che oggi chiamiamo country-rock. Altro caso esemplare – per giungere al tema del giorno - è quello di Mike Diamond (Mike D), Adam Horowitz, (Ad-Rock) e Adam Yauch (MCA), rampolli di ricche famiglie ebraiche residenti nell’Upper East Side di Manhattan, che verso la metà degli anni ’80 si unirono per formare i Beastie Boys, una band che oggi sarebbe un crimine escludere dalle più importanti degli ultimi vent’anni di musica. 20 gloriosi anni – risale infatti all’1985 il fatale incontro dei tre col produttore Rick Rubin che segnò la definitiva svolta del trio dall’hardcore-punk degli inizi all’hip-hop versione “bianca” - tempestivamente celebrati da questa raccolta che, come esplicato con chiarezza dal titolo, contiene solo i successi, e null’altro che i successi (per farsi un’idea più completa della storia dei Beasties c’èra già la doppia compilation “The Sounds Of Science” del 1999, che però per ragioni cronologiche non include alcunchè dall’ultimo “To The 5 Boroughs” dello scorso anno). Trattasi, “Solid Gold Hits”, dei 15 pezzi più celebri dei Beasties passati in rassegna non cronologicamente. E l’effetto è devastante, assai più che in “The Sounds Of Science” dove l’esperienza BB risultava più diluita. Ci sono, è vero, due pezzi che paradossalmente appaiono come pesci fuori dall’acqua: sono “No Sleep ‘Til Brooklyn” e “Fight For Your Right (To Party), e il paradosso risiede nel fatto che provengono entrambi dall’esordio “Licensed To Ill” (dell’86), uno di quei dischi-simbolo-di-un’epoca su cui fino ad oggi avrei messo la mano sul fuoco. E però, “quei” Beasties in questo contesto danno quasi l’idea di scimmiottare i Run DMC di “King Of Rock” (a proposito: tutti i loro primi dischi sono stati ristampati: non fateveli mancare), risultando di fatto “altro” da ciò che Mike D, Ad-Rock e MCA sono in seguito diventati: i più validi rappresentanti del cosiddetto “crossover” tra hip-hop e rock, anni luce avanti - e senza alcuna caduta di stile - rispetto ai contemporanei dello stesso ambito. Non hip-hop bianco tout court, quindi – per quello c’erano i Third Bass ed è arrivato più tardi Eminem - ma una sorta di sound meticcio le cui componenti bianche/nere sono (quasi sempre) perfettamente shakerate: tredici esempi sono qui presenti, sono la “crema della crema” e in tutta onestà non saprei a quali dare la mia preferenza. La travolgente “Sure Shot”? Forse…Ma anche la “electro” rivisitata di “Integalactic” continua a restare geniale, e come privarsi del big beat di “Body Movin’” rimixata da Fatboy Slim e dei Dead Boys campionati di “Open Letter To NYC”?. Con “Solid Gold Hits” sbagliare è impossibile, e i Beasties hanno finalmente fatto in modo che non ci sia più bisogno di lottare per il proprio diritto a far festa. Essenziale per i neofiti – che da qui potranno prendere l’abbrivio per recuperare i sei album pubblicati dal poco prolifico trio - ma suggerito anche a chi i Beastie Boys li conosce a menadito: se non per avere gli “hits” in sequenza, quantomeno per la spettacolosa copertina che ritrae Mike D, Ad-Rock e MCA a fine anni ’80 seduti sui gradini di un tipico “brownstone” newyorkese, giovani e gradassi e con una radiona alla LL Cool J a fargli ombra. Allora erano poco più di una promessa, oggi i Beastie Boys sono un punto fermo in una scena musicale incoerente e capricciosa. Immensi.
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