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Se la musica rock è riuscita ad incarnare il sogno americano e la promessa che è racchiusa in quel sogno, attraverso un automobile lanciata su una delle highways che ne squarciano la sua terra, se mai sia riuscita a farlo, è molto probabile che l’abbia fatto sui solchi di “Born to run”. Di questo 33 giri la Sony-BMG, celebra l’anniversario dell’uscita, con un cofanetto comprendente la versione rimasterizzata su cd dell’album, più due dvd che ripercorrono in un caso le session di registrazione dell’album e nel secondo l’intero concerto suonato a Londra da Springsteen proprio nel 1975. Uscito appunto nel 1975, “Born to run” segnava la svolta decisiva nella carriera del suo autore e interprete, Bruce Springsteen dicendo che quel ragazzotto arrivato dal New Jersey, dopo aver inciso due dischi buoni ma che non avrebbero cambiato la scena rock americana, era invece pronto per diventare il nuovo eroe del rock’n’roll. E il nuovo eroe non era da considerarsi tale perché aveva la pretesa di rappresentare una “generazione”, o perché avesse portato all’estremo una sperimentazione sonora e musicale, o ancora perché avesse risposto al vecchio assioma per cui l’eroe del rock deve essere dedito al vizio e trasportare sulla scena il proprio vissuto e nella sua vita privata il proprio personaggio. Per una volta il rock celebrava l’artefice per le sue canzoni, per le sue immagini, per la sua musica. Dall’invito di “Thunder road“, “Mary, salta dentro, è una città piena di perdenti / e io me ne sto andando per vincere”, la corsa comincia ed è già tutto molto chiaro. Difficile dire se la forza di questo disco stia in un immaginario poetico dai caratteri forti e tipicamente americani: la strada che si fa protagonista perché personaggio concreto delle canzoni, i personaggi ancora “selvaggi e innocenti” in fuga ma senza una meta, le automobili lanciate su quelle strade e divorate dalla città, quasi oseremmo dire la celebrazione della fuga in sé stessa, se il termine celebrazione non ci sembrasse fin troppo carico di una coscienza che il 25enne Springsteen non doveva avere. La resa di questa poetica, che prova a rinfacciare all’america le sue promesse, e che affonda come già detto le sue radici proprio nel mito dell’America, viene poi cercata nella miscela sonora che attingeva dal rock bianco degli anni ’50, dal rock folk di Dylan e di Hank Williams e Woody Guthrie, prima di lui, dal funky-jazzy col quale il giovane boss aveva colorato i suoi primi dischi, dalle venature soul. Il tutto reso senza chitarre in evidenza come avrebbe voluto un vigoroso disco rock, ma bilanciando le accennate distorsioni della Fender con gli arpeggi del pianoforte, i tappeti dell’organo hammond, il sax di Clarence Clemons, una sezione ritmica quadrata e poco incline al protagonismo, infine un muro sonoro da fare invidia al Wall of suond di spectoriana memoria condito persino dal tintinnante suono del glockenspiel, che non avrebbe mai abbandonato il suono della E Street band nei decenni avvenire.
“Born to run”, si apre con un invito esplicito, “Thunder road” è l’apertura, con il pianoforte e l’armonica a bocca che chiedono una speranza, una possibilità. L’intento è chiaro e l’automobile parcheggiata sotto la casa di Mary è ancora un’icona che sa di mito americano, di quella promessa di cui si diceva all’inizio. La fuga è scontata, così come è scontato che l’amata Mary (“io non sono un eroe, questo è risaputo (…) tu non sei una bellezza, ma va bene così”) non potrà rifiutare l’invito. La corsa ci porta lungo le avenue della grande metropoli (“10th avenue freeze-out”) , ad assaporare amori bruciati nelle notti lungo le strade secondarie (“Backstreets”) a perdersi in una città che può essere ancora corsa, ancora fuga della notte (“..da qualche parte stanotte corri triste e libero / finché tutto ciò che vedrai sarà la notte”, “Night”). La città ti toglie fiato e respiro, attira a sé tutte le storie, tutte le autostrade e le sue macchine, col suo fascino eppure con le sue menzogne (“le era sufficiente un bacio / per riempire quelle lunghe notti d’estate”) perché lei è l’unica (“She’s the one”). Quando arriva il rombo potente di “Born to run”, con il suo tiro, con il suo sax e con quella città che “ti strappa le ossa dalla schiena” sai già che il tuo destino, se esiste non è segnato, che l’unica promessa da mantenere è quella di correre. La canzone “Born to run”, in 4 minuti racconta un’america di asfalto, fango, ruggine e sudore. E proprio con le sue strade, con le sue automobili, e quell’aspirazione ad una liberazione che è prima di tutto perdita dell’innocenza, ma ancora lì da venire, quindi rimandata, quasi all’infinito, per cogliere invece l’idea, tanto per cambiare molto americana della felicità ora e tutta. “Di giorno ci sfianchiamo sopra le strade di un effimero sogno americano / di notte cavalchiamo attraverso manieri di gloria in macchine da suicidio” ed eccoli infaticabili i protagonisti in cerca di un’altra possibilità (“ Le ragazze si aggiustano i capelli negli specchietti retrovisori / E i ragazzi provano il loro sguardo da duri / Il luna park si staglia alto e solenne / I ragazzi si rannicchiano sulla spiaggia nella foschia/ Voglio morire per strada con te stanotte / In un bacio senza fine”). Gli eroi fatti a pezzi sono tutti in fuga nella notte, “Un giorno raggiungeremo quel posto, Dove davvero vogliamo andare / E finalmente cammineremo nel sole / Ma fino ad allora, vagabondi come noi sono nati per correre”. Potrebbe essere sufficiente così, ma la lunga corsa per alcuni non è solo una fuga per vincere. Quasi come nella scena finale di un vecchio film, di quelli che celebravano il lato scuro di quell’america troppo da cartolina, eccolo l’appuntamento al di là del fiume, altro simbolo dell’iconografia americana (“ Meeting across the river”): qualcuno stanotte può fare il colpo che cambia la vita (“..non dobbiamo commette il minimo errore stanotte…e se falliamo questa opportunità questa volta non cercheranno solo me”). E’ il preludio al grande crepuscolo finale, le luci del giorno vanno affievolendosi, e siamo al ritratto urbano che chiude il disco. E’ la giungla d’asfalto di “Jungleland”, ultimo affresco di una città che rivela le sue gang, le sue rock’n’roll bands, i suoi appuntamenti segreti tra uomini e donne all’ultimo respiro, i suoi scontri tra bande rivali e lo sguardo lucido di chi ha dato tutto e forse non ha più nulla da perdere, “i poeti quaggiù non scrivono nulla e lasciano che tutto accada”. Mentre l’America stava perdendo la sua innocenza, il rock’n’roll trovava il suo futuro, Jon Landau non si sbagliava nel 1974: “Ho visto il futuro del rock’n roll e il suo nome è Bruce Springsteen”.
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