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Pino Mango è un po’ il Signore del pop italiano. Uno che ha stile da vendere. E’ quello che se anche non ti piace il disco, ne riconosci comunque il sound e ne apprezzi la sempre brillante produzione – qui firmata al 50% da Rocco Petruzzi e dallo stesso cantautore lucano. E’ quello che accarezza - un po’ bucolicamente - le emozioni più elementari della Vita di tutti, riuscendo sapientemente a schivare il Banale. E però non ha mai timore del lavoro e della ricerca sulla melodia maligna – in senso buono – ed avvolgente. Quasi un maniacale labor limae sonoro messo a punto assieme a grandi professionisti. “Ti amo così” è l’epifenomeno di un artista che rilancia sicuro la lirica d’amore senza timore di rivestirla di nuove soluzioni, di venature elettriche (si, e allora?) e propriamente rock. Ma anche di complesse strutture armoniche che riscattano il lavoro che tanti suoi colleghi – nel pop – eludono da tempo. L’attacco è in totale ed irresistibile Mango-style, seppur più pepato e vivace del solito: il 6/8 della titletrack “Ti amo così”, il groove crescente del basso di Nello Giudice in “Di quanto stupore” e il dolcissimo levare di “Piccolissima” quasi spiazzano. Pezzi maledettamente ammalianti che corrono, fanno battere il tempo, “arrivano” con facilità. “D’amore sei d’amore dai”, col drumming di Jan Thomas (già con Mick Jagger ed Elton John) torna però all’inconfondibile marchio di fabbrica della ballata intensamente cesellata. Che però rimane, a ben ascoltare, quasi l’unica testimonianza del genere. Si, perché la ricchezza che salta fuori altrove - la struggente virata sensua-latin in “Così è la vita”, la forsennata corsa verso l’alto intrapresa con la moglie Laura Valente in “Il dicembre degli aranci” o l’andamento sincopato, pseudo-tecnologico ed oscuro in “Tu non sai” – lasciano poco spazio alla staticità: Mango ha fatto un disco dinamico, ricco, veloce, pieno di sfumature. (Quasi) tutte azzeccate. La costante – manco a dirlo - è la sua voce: quel timbro lievemente nasale, che raggiunge tonalità fuori dalla norma è Mango. Punto. Non è virtuosismo o volontà di supplire con la tecnica chissà quale mancanza musicale – è uno dei dischi meglio prodotti dell’anno. E’, semplicemente, Pino Mango, che dietro quella voce vive onestamente quel che canta. Più che “Ti amo così” la bomba del disco è la “nuova Rondine”, “Mio fiore mio”, che dimostra ancora come lo schivo cantautore riesca sapientemente a giocare col proprio timbro vocalico, come fa sin dai tempi della strepitosa “Oro”. Qui si canta, l’inciso entra alla prima botta, Mango sfonda anche chi non avrebbe voglia di seguirlo su sentieri più pacati. Bella la chiusura dicotomica col classicissimo napoletano “I te vurria vasa’” su un tappeto d’archi, che rischia l’etichetta di “esercizio di bel canto” ma viene salvato dalla seconda parte (un’aggiunta, per così dire, del cantautore), “Mille male penziere”. Sorta di tarantolata ed ipnotica arrampicata che rivendica un sudismo intelligente, lontano dal trambusto in cui versa il Mezzogiorno odierno. E però prossimo a quel sanguigno sentimento di Vita sensuale, diretta, travolgente ed immancabilmente romantica (nel vero senso della parola) che è poi quanto Mango canta per il resto del disco.
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