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Cantante, chitarrista e compositore, Jeff Tweedy vanta un curriculum da fare invidia a tanti: fino alla metà degli anni ’90 era un terzo dei leggendari Uncle Tupelo, considerati – non troppo a ragione – i padri della scena alt.country; ha poi fondato i Wilco, band che dopo un inizio incerto ha inciso due album quali “Yankee Hotel Foxtrot” e “A Ghost Is Born”, reputati tra i più importanti prodotti dalla scena indie degli ultimi anni. Difficile quindi criticare uno con un CV del genere (potrebbe sembrare irrispettoso), ma è esattamente quello che ci apprestiamo a fare. Questo live dei Wilco, infatti, mette impietosamente in luce alcuni aspetti della loro musica che fino ad ora erano stati mascherati dall’effettistica elettronica di Jim O’Rourke – che di fatto aveva co-prodotto gli ultimi succitati album – e dal muro di feedback alla Neil Young di “Arc/Weld” che aveva contraddistinto alcuni episodi di “A Ghost Is Born”. Il live, si dice, non mente mai. Se è così, Jeff Tweedy aveva mentito fino ad ora, e “Kicking Television” – inciso live in quattro diverse occasioni al Vic Theatre della città d’adozione di Jeff, Chicago – rivela la musica dei Wilco per quella che è, in fondo, sempre stata: le loro, senza imbellettature e fronzoli di studio, sono solo canzoni. Canzoni melodiche, alcune belle, altre meno, e quasi tutte più o meno scopiazzate altrove. Ci è venuto in mente, ascoltando questo doppio live, che se fossimo statunitensi e ancor più residenti a Chicago, mai e poi mai ci sogneremmo di comprare un disco dei Wilco, che ci metterebbe tristezza, esattamente come, essendo italiani e residenti in Roma, non abbiamo mai lontanamente sentito il bisogno di acquistare un disco di Ligabue. Esatto: Ligabue. Se dimentichiamo certi esotismi a stelle e strisce (in cui è facile cadere), è un ottimo, seppur irriverente, paragone: le canzoni di Tweedy infatti sono sane, proletarie, semplici, oneste, esattamente come quelle del rocker di Correggio. Sanamente retrò, ancorate alle radici… E tutta questa retorica noiosa e stantìa che ci ha sempre fatto due scatole così. Ci viene un dubbio: forse ci eravamo sbagliati ma un tempo – tanto tempo fa – avevamo inteso dire che la pop/rock music poteva / doveva indicare nuove strade, nuove direzioni, nuove suggestioni. E a che ci siamo ridotti adesso? Ad accettare passivamente e supinamente che dalla provincia americana arrivi un Jeff Tweedy qualsiasi a proporci la stessa sbobba riciclata di trent’anni fa – purissimi plagi dei Neil Young, dei Lennon/McCartney, dei Chilton, perfino dei Bob Seger! – e noi a fare spallucce e annuire mediocremente: bè, in fondo sono coraggiosi ‘sti Wilco che “innovano nel solco della tradizione” (sic), e che bella l’influenza dei Radiohead, e poi O’Rourke è ge-nia-le, e che chitarrista Nels Cline, pare un incrocio tra i Crazy Horse e i Sonic Youth… Quando invece dovremmo (tornare ad) esigere qualcosina di più da noi stessi – e dalle sonorità che gravitano intorno alle nostre orecchie. Per onestà va evidenziato che, aldilà del sempre presente trappolone esotico a stelle e strisce (e del ricco CV del Nostro), la band di Tweedy a differenza del Liga sa anche roccare e rollare con spontaneità e trasporto, come dimostra ad es. nella valida versione live di “I’m The Man Who Loves You” (da “Yankee Hotel Foxtrot”). Non basta, però, ad elevare i Wilco e “Kicking Television” al di sopra di una irritante mediocrità aurea. Perché a noi, per infervorarci, serve quello che un tempo David Bowie aveva definito “sound + vision”. Un sound, una visione: concetti con cui i Wilco, gazze ladre del rock classico dell’ultimo trentennio, hanno una dimestichezza decisamente scarsa.
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