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"Ancora una volta ho sognato terre differenti / distanti, perse oltre il diaframma delle mie iridi la mia pelle diversa, le mani di nera polvere / ancora una volta una geografia aliena a me nota da sempre/da cui il mio volto d'argilla nasce e in essa torna / respirando nostalgie di futuri mai nati." Questo è tutto quello che è scritto (in inglese) sul libretto di questo disco così complesso e affascinante, e non potrebbe sintetizzare meglio il concept e l’essenza di questo disco. “Cities Of Dreams” è la seconda creatura nata dal progetto musicale fortemente voluto dal pianista Fabio Armani e dal batterista Alessandro D’Aiola, Terre Differenti appunto, il frutto di una confluenza di mondi musicali, culturali e geografici completamente eterogenei tra loro: un ensemble fatto di quindici artisti in tutto (il gruppo vero e proprio e una cospicua manciata di ospiti) che hanno dato vita a una musicalità nuova, così omogenea nel suo essere insieme la fusione dei più disparati generi quali jazz, musica elettronica, etnica, rock, contemporanea. E’ l’open music, qualcosa che non è semplicemente un contenitore di generi ma di fatto un genere a sé, in una continua fase di innovazione e sperimentazione. L’ intero disco è un viaggio tra le “terre differenti” del nostro mondo, dai deserti alle città moderne, dal mare alle rive chiassose del Gange, il tutto elaborato e rivisitato con un gusto e una attitudine quasi onirica. È un disco suonato con moltissimi strumenti, vive delle più disparate influenze e si può quasi definire strumentale perché tale è l’uso che viene fatto della voce di Elisabetta Antonini e Jasemin Sannino, cantanti del gruppo; è musica dal coinvolgimento fortemente emotivo, è musica evocativa, richiama le più antiche pulsioni dell’essere vivente, la danza, la meditazione, la passione; un lavoro che vive e respira, che segue ora il ritmo primordiale della vita ora il riposo, fino ad arrivare alla poesia nel movimento lento e convulso del corpo e dell’anima. Per questo disco così complesso sono stati utilizzati molti strumenti, una gamma di sonorità che parte dal piano di Armani e dalle canoniche chitarre elettriche ed acustiche di Francisco Miceli e Miguel Fernandez, fino ad arrivare a strumenti folk ed etnici poco conosciuti come ad esempio darbukka, sitar o sagat; attraverso l’uso congiunto e rielaborato di questi antichi strumenti etnici e acustici, e con l’aggiunta di un tocco elettronico e un gusto per il sample e i campionatori, è nato questo secondo lavoro del progetto musicale Terre Differenti, un sogno multi-etnico di world fusion che forse si segnala anche per l’eccessiva lunghezza: tredici pezzi, molti sopra i cinque minuti, diversi sopra i sette, alla lunga il lavoro stanca proprio perché è inteso e vibrante: la sensazione estenuante a fine disco è quella di aver davvero viaggiato attraverso le porte oniriche del sogno in lontane terre, dall’Oriente all’India e l’Africa; un concentrato di diversi mondi musicali, dalla new age alla musica world, dal jazz-rock all’elettronica che ben sintetizza l’idea del viaggio e che per questo motivo richiede impegno nel farsi ascoltare, non è musica “for the masses” per intenderci: i tredici frammenti di questo disco sapranno regalare viaggi in posti lontani e esotici, a patto di chiudere gli occhi e sapersi abbandonare ad essi. Un disco dall’altra parte del globo.
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