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Il responso ve lo diamo subito: è buono, sorprendentemente buono, questo esordio dei Babyshambles dell’ex-Libertine Pete Doherty. Non abbiamo ancora letto la recensione del settimanale britannico New Musical Express – uno dei principali “sponsor” dell’evento - ma siamo quasi certi che gli darà un 10 o quantomeno un 9; noi, essendo di manica meno larga e non avendo gli interessi (finanziari e non) che ha l’NME a promuovere le produzioni albioniche, tendiamo invece a dargli un buon 8 o un 7 e mezzo: un voto niente male, insomma, per un’opera che avevamo approcciato con non pochi pregiudizi. Tanto per non girarci intorno: i due dischi dei Libertines furono da noi valutati dei parziali fallimenti, e abbiamo sempre trovato oltremodo fastidioso il personaggio Pete Doherty finto-artista-maledetto pompato alla più non posso dai media di oltremanica. E invece, alla luce di “Down In Albion”, Pete Doherty non è solo funesta hype, ma anche a suo modo un ragazzo di talento che, scaricata la zavorra rappresentata dal suo co-Libertine Carl Barat, è finalmente in grado di esprimersi al meglio. “Meglio”, nel caso in questione, è un certo stile di rock “sporco” eseguito con scarso riguardo per la tecnica e con frequenti scavallate nella tradizione del music hall inglese. Ma partiamo dall’inizio, e quindi dal chiacchierato duetto di Doherty con la sua (ex) fiamma e compagna di sniffate, la modella Kate Moss: un bel rocketto sfilacciato - tenuto insieme unicamente dal bassista Drew MacConnell - caratterizzato dalla non-voce della Moss che ripete insistentemente le strofe: “Is she more beautiful than me?!” Un pezzo che, più che di Albione, sa di Continente, e ricorda “quell’altro” famoso duetto di Gainsbourg/Birkin. Segue la già nota, magnifica “Fuck Forever”, uno dei più potenti inni dell’anno di grazia 2005. E’ già un classico, destinato a diventare un sempreverde: preparatevi ad ascoltarla una quantità infinita di volte nei decenni a venire, con il suo insistente refrain che dice pressappoco “andate a culo per sempre – se non vi dispiace”. Con “A’ Rebours” e “The 32 Of December” il sound si sposta dalle parti del secondo album dei Libertines; niente paura, però, perché sono due pezzi assolutamente a livello dei migliori episodi di quel disco (“Can’t Stand Me Now” e “What Became Of The Likely Lads”), con la voce strascicata di Doherty protagonista assoluta. Si cambia ancora con “Pipeline”, un “electric-stomp” che dal vivo deve funzionare alla grande. Ci piace molto la successiva, reggata “Sticks And Stones”, per incidere la quale pare che i Babyshambles si siano ispirati a “Guns Of Brixton” dei Clash; paragone un po’ azzardato, ma il ritornello è decisamente superbo… Sicuramente i Clash (e, in parte, anche i Jam) sono oggetto di quel plagio che è “Kilamangiro” – già primo singolo della band e qui completamente risuonata – vigorosa ma troppo scopiazzata per lasciarci una buona impressione. Meno male che subito dopo c’è il tosto punk alla britannica di “8 Dead Boys”, nostro pezzo preferito di “Down In Albion”. Vero che ricorda cose ascoltate più volte nel ’77 e dintorni, ma Doherty che canta la strofa (e come la canta!) “Stop your moaning and I'll give you a taster / They give you a line and they call you a WASTER” è indimenticabile. Anomalo, ma assai piacevole, “In Love With A Feeling”, in apparenza una ballad sentimentale ma che cela un improvviso risvolto inquietante (“There's a very odd man over there / I don't mean to alarm you / He's by the stairs / No I don't mean to alarm you”). Questa raffica di potenziali hit-singles è interrotta da “Pentonville”, reggae-song eseguita dal toaster General Santana (che si dice Doherty abbia conosciuto dietro le sbarre) utile unicamente per riprendere fiato. Si resta comunque in zona Jamaica con i ritmi reggati – con coretti anni ’50 - di “What Katie Did Next”, sorta di prosieguo della “What Katie Did” del secondo album dei Libertines dove Doherty ci informa “ho imparato la lezione: se giochi con il fuoco ti puoi scottare”, anche se poi dopo afferma: “non imparerò mai”; altro pezzo eccellente, bella chitarra alla Mick Ronson epoca Spiders From Mars e gran furbata di Doherty che capitalizza alla grande sulla sua strombazzata storia con la modella Moss. La successiva “Albion” (candidata a diventare il prossimo singolo) è una stupenda ballata meditabonda. Doherty – che un po’ poeta lo è – inizia con un altro paio di strofe che ricorderemo a lungo (“Down in Albion / They're black and blue / But we don't talk about that / Are you from 'round here? / How do you do? / I'd like to talk about that“) e va a creare uno delle più sincere dichiarazioni d’amore per la terra di Albione che sia mai stato dato di ascoltare, quantomeno in questo nostro nuovo millennio (“So come away, won't you come away / We could go to... Deptford, Catford, Watford, Digberth, Mansfield / Anywhere in Albion, Anywhere in Albion”). Non ci vergogniamo di ammettere che l’anglofilo che è in noi è travolto dalla commozione. Assai orecchiabile il successivo momento “à la Smiths” di “Back From The Dead”; poi i Babyshambles ci trascinano al pub, ci fanno ubriacare di lager e ci cantano con tutto il fiato che hanno in gola una travolgente canzone corale qual è “The Loyalty Song”. Inconsistente e ripetitiva “Up The Morning” (che poteva/doveva essere lasciata fuori da “Down In Albion”), l’album si chiude con un altro brano riflessivo, “The Merry – Go – Round”: è tarda notte, il pub ha chiuso e Doherty è rimasto da solo stonato sul marciapiede a strimpellare la sua chitarra. L’unica conclusione possibile, in fondo. Finisce così un album eccellente, che, pur lungi dal compiere rivoluzioni, rappresenta una brillante summa del miglior rock’n’roll britannico degli ultimi trent’anni, e si eleva rispetto alla concorrenza grazie alla vocalità malata di Pete Doherty, al livello (elevato) del songwriting e – soprattutto – alle scelte produttive dell’ex-Clash Mick Jones che è riuscito a creare un sound grezzo e spontaneo, quasi “live” con pochi paragoni attuali. Credeteci: di “Down In Albion” si parlerà (e lo si ascolterà) a lungo, anche quando la modella Kate Moss e le sue predilezioni ricreative saranno solo un lontano ricordo e/o una nota a piè di pagina della Storia del Costume.
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