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Sinead O’Connor
Throw Down Your Arms
2005
Edel
di Enrico De Turris
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Sinead rompe il silenzio nella maniera più dolce che poteva usare: la musica reggae. Un disco di grandi reggae cover su cui spendere e spandere fiumi di parole, perché così si è abituati a fare su di lei dal lontano 1992 quando, dopo aver cantato War di Bob Marley, pensò bene di stracciare in diretta una foto del Papa. Effettivamente tutto calza: il Papa, uno dei simboli rastafariani della Babilonia. Giustamente ed inconsciamente continua sul trend. In giro si sentono commenti entusiasti per questo lavoro, ma credo vadano fatte alcune precisazioni. Effettivamente il disco è magistralmente prodotto: grazie al cavolo! Ma lo sapete chi sono Sly & Robbie!?! Per chi fosse digiuno, sono due dei più importanti produttori e musicisti (basso e batteria) nella storia del reggae contemporaneo e non solo (Black Uhuru, Gregory Isaacs, Peter Tosh, Mick Jagger, Herbie Hancock, Bob Dylan, ecc.) per cui un disco di cover registrato a Kingston e prodotto da loro non può certo essere di bassa qualità (anche se pure loro qualche “buca” nella loro carriera l’hanno presa). Detto ciò le cover presenti non sono tra le più famose (e questo è un punto a favore) ma neanche sconosciute: Downpressor Man e Vampire di Peter Tosh, Untold Story di Buju Banton (il tanto criticato ed omofobico Buju Banton!!!), Marcus Garvey e Door Peep di Burning Spear, Y Mas Gan dei The Abyssinians, Curly Locks di Lee Perry, War di Marley insomma: non proprio questi emeriti sconosciuti. Il disco suona quindi, a livello strumentale, molto conscious e molto reggae ma prima di definirlo un “capolavoro” del genere proverei ad accostare (e ascoltare) la voce di Sinead a coloro le quali cantano veramente questo genere di musica: le timbriche sono più profonde, le voci affatto esili ed il senso ultimo più vero. Quello che questo disco rappresenta è musica nera, suonata da neri e cantata da una artista bianca di musica pop. E così i testi e l’importanza dei temi trattati vengono sussurrati e levigati da una voce eterea che non da forza al contenuto e che non ne sa sostenere il valore. Oltretutto la vena pop del lavoro è messa ben in evidenza da una scialba copertina primi anni novanta. Un doppio cd dove il secondo supporto è dedicato ai rifacimenti dei brani in dub version: e forse, per paradosso, è proprio in questo b-side che la voce della O’Connor risulta più credibile, miscelata tra i vagamente lisergici effetti di un remix dub senza troppe pretese. Non basta avere della musica in levare per pensare di fare reggae, anche se questa è suonata da jamaicani: è come avere delle fondamenta di cemento per una casa di terra e fango.
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25/11/2005 -
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