|
Robbie Williams è davvero bravo. Dove lo metti sta bene. Nel rock, nel pop, nello swing, ovunque si trova a suo agio perché è uno che ci sa fare, ha carisma ed è in possesso anche di una buona voce. È IL performer pop per eccellenza, quello che piace a tutti nonostante i suoi turbolenti trascorsi di alcool, droga e depressione (e sta da quattro anni in terapia); accade così che il suo sesto disco in studio Intensive Care sia visto come il disco della ripulita finale, quello vicino alla perfezione come lui stesso ha dichiarato recentemente a Berlino in occasione della presentazione ufficiale, quello in cui ha raggiunto, si spera, il suo equilibrio. Dal brit pop di “Life Thru A Lens” passando per il pop perfetto di “Escapology” e lo swing di “Swing When You’re Winning” è stato tutto un successo di pubblico e critica, ed è per questo che di impatto restiamo un po’ spiazzati da questo nuovo disco in studio; non che sia brutto (anzi, sarà il solito successo annunciato) ma suona alquanto diverso dalle precedenti uscite di Robbie, probabilmente a causa della mancanza di quel compagno di avventure che è stato Guy Chambers, autore per intenderci di pezzi come Angels e She’s The One. In effetti questo disco apre il sodalizio con il fondatore dei Duran Duran ed ex membro dei Lilac Time, alias Stephen Duffy; i frutti di questa collaborazione sono da ritrovarsi soprattutto nel sound del disco, molto retrò e patinato negli arrangiamenti e nell’uso degli strumenti. Un disco che mischia pop, ritmi danzerecci e rock, richiamando certe sonorità alla Killers, Bowie, gli U2 più dediti al pop e addirittura gli Stones (“A PlaceT o Crash”): praticamente un supermercato della pop music. Il singolo recentemente pubblicato è “Tripping”, molto ballabile e godibile nelle melodie in falsetto del ritornello, ha anche una parte rappata e sembra uscire dal George Michael più godereccio, così come il brano d’apertura “Ghosts”, una ballata che avrebbe scritto l’ultimo Bono Vox pensando a Phil Collins. Diversi i pezzi da novanta, il pop rock acustico di “Make Me Pure” o l’altra ballata “Advertising Space”, il prossimo singolo in uscita il 12 Dicembre: uno dei pezzi più intensi di tutta la produzione di Williams, acustico, lento, pieno di tastiere e archi proprio come le ballate dei Verve (ricorda qualcosa della vena malinconica di Ascroft o volendo degli Embrace). Intensive Care è però un disco abbastanza vario ed ecco che il lato energico è affidato a canzoni come “Your Gay Friend” e “Spread Your Wings”, senza dimenticare “Please Don’t Die”: chitarre elettriche che ora ricamano e ora danno il tiro, con riff che però non fanno mai male perché ci sono tastiere varie messe lì ad ammorbidire il tutto e a far perdere di mordente questi pezzi. Questo è uno dei marchi della nuova collaborazione con Duffy, evidente anche nel successivo “Sin Sin Sin”: loop di sintetizzatori, batteria elettrica e una quantità di suoni patinati che portano direttamente ai Duran Duran, ai Killers e alla new wave, con esiti felici però perché il brano in questione è uno dei migliori di tutto il disco. Come detto in precedenza Robbie gioca a fare il rocker in “A Place To Crash”, dove rivitalizza certe sonorità alla Rolling Stones (Start Me Up), e dà l’impressione di aver ascoltato qualcosa dei New Order nella rock ballad “Random Acts Of Kindness” e in “The Trouble With Me”, pezzi dove la mano di Stephen Duffy si sente in particolar modo. Nella conclusiva “King Of Bloke And Bird” c’è tanta melodia malinconica, una ballata avvolta dagli archi che chiude con classe un disco confezionato alla perfezione, uscito sotto il ritorno di certe sonorità rock tardi anni Ottanta; le canzoni sono del livello cui ci ha abituato Robbie Williams in precedenza, quello che cambia è l’atteggiamento un po’ ruffiano nel barcamenarsi tra vari generi musicali accontentando un po’ tutti. Il che potrebbe essere anche un pregio, considerando che è un disco valido e che Robbie è ancora in perfetta forma e capace di stupire per l’ennesima volta tutti con il suo fare così estremamente pop.
|