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Coldplay
A Rush of Blood To The Head
06/09/2002
Parlophone
di Claudio Biffi
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Dopo aver peregrinato per il mondo per promuover il loro album di debutto Parachutes con il serio rischio di finire schiacciati nel momento più glorioso della loro breve carriera, i Coldplay si sono ritrovati personalmente e professionalmente svuotati al punto che il loro front man Chris Martin per problemi alla voce ha costretto la band ad annullare alcune date del tour americano. Il risultato è che per un anno non sono riusciti a scrivere niente di nuovo tranne le idee per un nuovo pezzo che sarebbe diventato “In My Place”, il seme da cui far nascere il nuovo progetto venuto alla luce il 26 agosto 2002. “Abbiamo fatto quest’album con il pensiero che ogni giorno poteva essere l’ultimo e per questo abbiamo tirato fuori tutto quello che avevamo dentro con la massima forza e con la convinzione delle nostre idee” con questa dichiarazione i Coldplay si sono ripresentati in pubblico e con l’aiuto del fido Ken Nelson hanno registrato tra Liverpool e Londra le 11 canzoni contenute in A Rush of Blood to the Head. Il risultato bisogna dire che supera ogni aspettativa perché dopo Parachutes molti erano scettici ed era difficile aspettarsi un album così denso e oltre ogni livello standard paragonato alle proposte musicali in circolazione, proprio per la capacità di Martin e soci di saper farci ascoltare e toccare materialmente il sangue, il sudore e le lacrime che stanno dietro il loro lavoro. A Rush of Blood to the Head ad un primo ascolto scorre via veloce e lascia sensazioni piacevoli, ma dopo un pò di tempo le sue melodie si insinuano tra i pensieri quotidiani fino ad arrivare dentro i sogni e poi in fondo al cuore. Il colpo parte subito con il primo brano “Politik”, profondo e insistente ma ma con il ritmo giusto per annunciare la mondo che nonostante siamo circondati da tragedie, insicurezza e cattivi presagi alla fine del tunnel c’è una luce ma è ben nascosta, quindi svegliamoci e apriamo gli occhi. Chris Martin ha le idee chiare e le esprime così: “…sto andando a comprarmi un arma e ad iniziare la guerra, voi però dovete convincermi e darmi una ragione per cui ne valga la pena”. “In My Place” inflazionata dai passaggi televisivi e radiofonici è una ballata troppo ben confezionata per essere vera, ma è anche il biglietto da visita per dire “Eccoci siamo tornati e con tanta passione!”; “God Put A Smile Upon Your Face” è incessante e proietta la band in una nuova dimensione indie rock, “The Scientist” quasi catartica è forse quella che più ci fa tornare alla mente Parachutes mentre “Clocks” è una cascata di pianoforte che si mescola alla fragilità e alle incertezze di un defilato eroe pop. In “Daylight” si nasconde forse una velata dedica agli Oasis con un estatico crescendo delle note mantra che si fonde la voce di Chris Martin e con il piano ritmato dall’orchestra in sottofondo. “Green Eyes” e “Warning Sign” sono due bellissime ballate acustiche che scoprono i sentimenti e le esperienze non troppo felici con l’altro sesso racchiuse nella frase fin troppo esplicita “ when the truth is, I miss you”; “Amsterdam” è la chiusura più dolorosa e intimistica possibile ma il vero capolavoro che traccia la strada per i Coldplay è “A Rush of Blood to the Head” canzone che da il nome all’intero CD, di un intensità, dinamismo e stile tali da far paragonare questo capolavoro allo storico “Unforgettable Fire” degli U2, manifesto rock degli anni ’80. Per concludere, non è nello stile e nell’animo dei Coldplay, ma se pensavano di poter stare tranquilli e nascosti nel loro mondo protetto ormai è troppo tardi perché il loro destino è di diventare una delle migliori band sulla scena rock mondiale.
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06/09/2002 -
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