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Elbow
Leaders Of The Free World
2005
V2
di Mauro D'Alonzo
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In passato, l’umore di Manchester è stato profondamente influenzato dagli stati d’animo del ceto proletario e le proposte musicali provenienti dall’ex centro industriale sono state in larga parte guidate dalla volontà di denunciare le fonti del malessere delle frange meno abbienti. Le mutazioni sociali ed economiche dell’ultimo ventennio hanno progressivamente tolto benzina al motore della protesta che rombava a difesa della classe operaia e, di conseguenza, la riflessione artistica si è indirizzata verso lo studio di travagli e sensazioni squisitamente individuali, indulgendo poco a tematiche di carattere collettivo. A questo profilo si addicono perfettamente gli Elbow, che proprio a Manchester (più esattamente, a Bury, distretto della contea di Greater Manchester) si sono costituiti. Già il celebrato esordio (“Asleep In The Back”, 2003) aveva denotato una spiccata predilezione per testi pregnanti ed evocativi che prendevano di mira i tormenti dai quali sono corrose le fragili certezze quotidiane. “Leaders Of The Free World” non inverte la rotta e mantiene inalterato lo spessore malinconico rifugiandosi spesso nel terreno acustico e concedendo pochi spazi a suggestioni giocose e ottimistiche. Gli Elbow sono spesso citati tra i principali mentori dello splendore del british pop dell’ultimo quinquennio e tale raffica di elogi tende ad accostarli alle traiettorie poetiche e agli ardori dei Coldplay. In realtà, tra il gruppo di Chris Martin, specie nella recente versione imbevuta di new wave anni ’80, e quello di Guy Garvey le affinità sono poche: giusto una certa vena dolente e alcuni inasprimenti rock, come dimostra “Mexican Standoff”, uno dei pochi brani di “Leaders Of The Free World” in cui la chitarra elettrica davvero si nota. Il nuovo disco degli Elbow è un impasto caratterizzato dalla cauta addizione di più strati sonori: non stordisce il graduale accavallarsi di chitarra acustica, piano e percussioni (menzione speciale per Richard Jupp) di “Station Approach” e il medesimo intreccio si ripropone nella melodia cristallina “The Everthere”. Nessuna tentazione “in levare” e nessuna alchimia elettronica, fatta eccezione per i misurati sprazzi che contraddistinguono la fase centrale della title-track. “Leaders Of The Free World” è un sommesso peregrinare tra disagi esistenziali (“Forget Myself”) e struggimento (“Puncture Repair”). La speranza talvolta affiora e assume le fattezze di una ballata asciutta ed esemplare (“Great Expectations”), nella quale la collaudata formula a base di sonorità sovrapposte è corroborata dall’aggiunta di cori e da qualche incursione di Guy Garver nel falsetto, che fa momentaneamente dimenticare quelle ruvidità così vicine a Peter Gabriel. L’opera terza è storicamente la tappa che mette meglio a fuoco le capacità e le ambizioni di una band. Alcuni ci arrivano a corto di fiato (inevitabile l’ennesimo richiamo agli autori di “X & Y”), per altri, pur con qualche stento, rappresenta la definitiva consacrazione (impossibile dimenticare le prodezze di “London Calling” dei Clash). Il percorso che ha condotto a “Leaders Of The Free World” è un caso abbastanza raro di crescita costante e coerente, durante il quale gli Elbow non hanno mai ceduto a logiche commerciali e hanno costruito un sound compatto, finemente elaborato, ricco di echi del passato e, malgrado ciò, stimolante e sorprendente. Un sound destinato a dar ragione a quanti sostengono che del pop gli Elbow sono autentici maestri.
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03/11/2005 -
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