|
Una corrente di pensiero, molto in voga al momento, tende a minimizzare il contributo di Roger McGuinn alla causa Byrds, e ad esaltare invece quelli che furono, volta per volta, i suoi partners nel gruppo: per intenderci, i Crosby (le cui azioni sono scese solo di recente), i Parsons (i cui fautori arrivano a picchi di vera idolatria), gli Hillman (che però compose poco) e, per arrivare al soggetto che qui ci interessa, i Clark. Personalmente ritengo che McGuinn, oltre ad avere il merito di tenere insieme, praticamente da solo, la “baracca” Byrds per quasi un decennio, sia stato un grande della storia della musica; e, tuttavia, concordo con l’assunto che sta prendendo piede in questi ultimi anni: ossia, che Gene Clark (confermo: principale propulsore nell’esplosione dei primi Byrds, quelli dei primi due-tre album) è stato sottovalutato per troppo tempo. Sono seminali, infatti, i suoi primi due album al di fuori della cornice Byrds, il “solo” del ’67 con i Gosdin Brothers e il primo dei due dischi country incisi come duo Dillard & Clark, insieme a Doug Dillard. Come è sicuramente solido ed apprezzabile questo “Gene Clark” (che originariamente avrebbe dovuto chiamarsi “White Light” e solo per un errore tipografico non lo fu) del 1971, anche se, per vari motivi, non si tratta di un capolavoro a tutto tondo. Clark lo incise pressochè da solo, con pochi interventi esterni, dopo aver passato un periodo di intensivo ritiro sulle montagne della California del Nord. Da qui il tono e le liriche bucolici, solo a tratti sferzati dalle recenti memorie countryeggianti. Ma, aldilà di tutto, l’influenza che pervade le nove canzoni di “White Light” è quella, onnipresente, di Bob Dylan, di cui Clark, ora si può dire, è stato uno dei principali epigoni di sempre, fin dai tempi di “Feel a Whole Lot Better” e “Eight Miles High”. Sono molto dylaniane (di un Dylan già passato per la “Nasville Skyline”), infatti, sia la title-track che “The Virgin” e “Because of You”. L’inclusione, sul finale del disco, di “Tears of Rage” (resa celebre da The Band) è poi una esplicita ammissione di devozione. Se “White Light” ha un difetto non è certo nella qualità delle canzoni, elevatissima, bensì negli arrangiamenti eccessivamente scarni e privi di fantasia. Con un produttore adeguato, una canzone come la melanconica “Spanish Guitar”, già memorabile di suo, sarebbe potuta divenire un classico dei primi anni settanta, come una “The Needle and the Damage Done” o una “Simple Twist of Fate”, per esempio. Altra lacuna è l’inclusione di “Tears of Rage”, assolutamente non all’altezza della nota versione di The Band o di quella dello stesso Dylan, e che, in qualche modo, deturpa l’intero album. Ma, per il resto, “White Light”, ora che è stato ristampato con l’inclusione di alcune (non essenziali) bonus tracks, è un disco assolutamente da riscoprire e da affiancare ai titoli dei Flying Burrito Brothers e di Gram Parsons, alle prime prove di McGuinn solista e alla sconfinata discografia del buon vecchio Neil Young. Tra le migliori cose dei primi anni settanta.
|