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Negli States c’è chi ha scritto che Sufjan Stevens è un “Elliott Smith dopo 10 anni di Sunday school”, il catechismo domenicale. Vero. Questo giovanotto orfano e adottato, con il nome di un leggendario guerriero armeno, è un esponente del cosiddetto christian rock. La prima sorpresa sta nel fatto che esista un christian alternative rock, con tanto di festival annuale (a Bushnell, paesello di poco più di 3000 anime nell’Illinois, come ci informa lui stesso nel 17° brano del disco). La seconda è che, ben lungi dall’allinearsi alla tetra ondata Teo-con che ha travolto l’America supportando le Crociate di Bush, il Gesù Cristo di Sufjan Stevens assomiglia impressionantemente al signor Woody Guthrie (per i più giovincelli, il padre spirituale di mr. Dylan e l’uomo che trasformò il country da canzoni di tristi cowboy a canti di protesta decisamente liberal e radical). “Bene o male”, starete dicendo a seconda delle vostre idee politiche, “ma in ogni caso: che palle!” No-ne, come dicono i romani. Si diceva Elliott Smith, ricordate? E infatti, in questo quarto album della sua carriera, dopo essersi in precedenza guadagnato il titolo di epigono di Nick Drake - che bravo bravo ma c’era già l’originale no? -, Sufjan esibisce una creatività musicale, una capacità compositiva, una versatilità così multiforme che gli permettono di sfornare un album capolavoro, ricchissimo di variazioni e spunti, forte di tutta la tradizione della musica popolare americana (manca solo il blues di Chicago, qui) che negli States fa già parlare di album dell’anno. Quella tipa incontrata in metro un’ora fa, estatico sorriso ebete stampato sul volto e cuffiette dell’I-pod, 9 su 10 stava ascoltando questo disco. Che ha il crisma di regalarvi mille beatitudini. E poi come fa a non restare simpatico uno che ha il progetto di dedicare un album a ognuno dei 50 stati Usa? Ed è già al secondo album, dopo “Michigan” del 2003. Già, Sufjan è un folle: e basta per amarlo. Ma è pure un genio. Il suo progetto di descrivere l’America stato per stato non ha nulla di accademico e lezioso: procede anzi per piccole emozionanti storie individuali (che lui stesso invita a raccontargli) e dettagli minimi, citazioni di luoghi mai fatte a caso e brani o atmosfere sempre postmodernamente in tema (“Chicago” che si apre con dei violini alla Smashing Pumpkins; “Close to me” dei Cure citata per un breve attimo alla vigilia del suo colloquio visionario con Carl Sandburgh, sorta di pomposo Carducci dell’800 industriale Usa, che in fin dei conti ebbe lo stesso ambizioso progetto di Sufjan; ecc. ecc.). Su tutto, la pietà cristiana di Stevens, che non è mai beghina o ipocrita, ma capacità di comprensione umana capace di andare oltre ogni limite, e perciò di farsi messaggio universale: vi commuoverete fin quasi alle lacrime nel breve delicato affresco di “John Wayne Gacy, jr.”, dedicato all’efferato serial killer di Chicago, provando pietà per lui, le sue vittime, e perché Sufjan vi rivelerà che in ognuno di noi alberga quel lato malvagio. Rimarrete commossi dalla morte di una ragazza malata di cancro alle ossa nel “Casimir Pulaski Day”, festa nazionale di un eroe della rivoluzione americana, e stupiti per il drammatico confronto quasi a suon di schiaffoni tra il protagonista e Dio. E tutto su una musica quieta e solare, degna dello Young di “Harvest”. C’è poi una concezione di Dio che farà arrabbiare parecchi, ma profondamente spirituale, che nella dolente “The seer’s tower”, fa esprimere a Sufjan il suo rammarico per la trasformazione di Cristo (Emanuele in Marco e Isaia) in un guerriero che divide gli uomini dai fratelli. Sul responsabile, nessun dubbio: gli zombi che risorgono in “They are night zombies!!” sono tutti repubblicani, e abitano in paesetti da 500 abitanti o città fantasma (“Buda! Caledonia! Secor! Magnolia! / Birds! And Kankakee! Evansville and Parker City!”). E in “The tallest man, the broadest shoulders”: “Cosa siamo diventati, America? / Soldati sulla grande frontiera! / Falegname e soldato, uno contro l’altro / È la battaglia, volontario!”. Una nazione divisa, tra chi costruisce e chi distrugge: e Sufjan invoca lo spirito dei fondatori del American Civil Liberties Union, che oggi si batte contro il Patriot Act. In tutto questo, collegando sempre mirabilmente tutto al centro del discorso, avvistamenti Ufo, incendi nella prateria, felici amori puberali, Superman e Abramo Lincoln. Grandissimo disco, gioia dell’anima. Due consigli. Primo, cercate su Internet tutti i riferimenti a fatti e persone: è un divertentissimo viaggio nell’Illinois e vi darà la dimensione dantesca del progetto. Secondo, comprate il disco direttamente sul sito della Ashmatic Kitty: comprese spese di spedizione, son solo 13 € e tre settimane di attesa.
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