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Ci ha messo tre anni Ligabue per tornare sulla scena, l’ultima volta con “Fuori come va”? Al solito aveva sbancato botteghini e riempito stadi, ma personalmente non ci aveva sconvolto la vita. Ritorna, e lo fa con un album che già dal titolo dice tanto, forse tutto: “Nome e cognome”, eccomi sono io, Luciano Ligabue. E c’è dentro in tutte le sue sfumature il cantautore-rocker di Correggio. C’è l’attacco forte, rock, de “Il giorno dei giorni”, accattivante nella stesura melodica della strofa che però non trova lo sbocco ideale nel ritornello poco “incisivo”, e troppo coro da stadio. Ci sono i pezzi con la quinta inserita, come “Happy hour”, ci sono le ballads vigorose con le chitarre accarezzate o che si fermano giusto un attimo prima di esplodere. C’è soprattutto la voce inconfondibile di Liga, sempre lei, ruvida e ricca, e poi ci sono i temi a lui cari, la vita che non è facile, i conflitti tra l’essere una star e la vita da “mediano”, gli amori che finiscono e lasciano l’amaro in bocca senza mai scadere nel melenso, le “botte”, la forza e la voglia di lottare. E infine gli arrangiamenti, con le chitarre in primo piano, e le canzoni che ruotano sempre intorno a pochi accordi. Ecco, l’impressione di chi scrive è che dopo quindici anni di rock, le qualità di Ligabue corrano il serio pericolo di apparire quasi dei limiti e non più delle risorse. Limiti a un’energia che innegabilmente non manca mai nei suoi dischi. E non manca neanche stavolta. E le vibrazioni arrivano dal sentimento nudo di “L’amore conta”, dove il Liga fa i conti alla sua lunga storia d’amore con la storica “Dona”, Donatella. Una storia d’amore finita raccontata senza alcuna sdolcinatezza, col presente che rende giustizia a ciò che non si può cancellare nonostante tutto, nonostante una fine. Ma ce ne sono anche di quelle col piede sull’acceleratore come “Le donne lo sanno”, con le chitarre quasi da nuovo british rock, a cercare i Franz Ferdinand, ma con in testa ancora gli U2, e il volume a palla, che già ti fa muovere il piedino: “vogliono ballare un po’ di più / vogliono sentir girar la testa”, con alcuni versi che solo la voce di Ligabue, per natura tutt’altro che incline alla retorica priva com’è di qualsiasi tipo di vibrato o altro orpello, può rendere densi e sinceri. Ma anche i momenti più riusciti, con almeno un paio di gioiellini come “Lettera a G.”, toccante commiato al cugino recentemente scomparso, oppure “Sono qui per l’amore”, con le sue immagini vive e quotidiane (bella quella “chiave scordata in cantina”) che restituiscono la sensazione del cantautore che ha scritto “Leggero”, anche negli spunti più felici, insomma, la cosa più forte resta l’effetto “Liga”. E allora ecco la voce, le “botte”, il Bar Mario, e le tessiture di accordi che non hanno mai la pretesa di rompere il cerchio costruito in tanti anni di “Non è tempo per noi”, “Certe notti”, “Questa è la mia vita” ecc.. E diremmo anche che forse non hanno il coraggio di farlo, magari per paura di cosa aspettarsi “là fuori”. Eppure certe ritmiche e certe stratificazioni sonore, sarebbero già sulla buona strada per dire qualcosa di più, come nella già citata “Le donne lo sanno”, che a noi pare il pezzo musicalmente più “forte”, o come in pezzi complessivamente meno d’impatto come “E’ più forte di me”, dove nonostante qualche inciampo di troppo si intravede qualche semino di novità. Resta insomma un mezzo rimpianto, perché Ligabue cuce melodie efficaci come da tempo non faceva, e nonostante il successo e gli stadi pieni non ha perso quella sua onestà poetica che gli impedisce di tradire la sua vitalità un po’ stradaiola, un po’ struggente e un po’ romantica. Ma non fa il passo successivo, quello di provare a dare un’impronta più nuova, di smussare certi clichè che troppo spesso tornano nei suoi testi, di rimuovere troppi anni di “inni”, di canzoni da cantare in coro ma che non raccontano più troppo spesso, storie e personaggi come faceva agli esordi. Insomma la trappola di puntare ancora una volta più sulle certezze, la voce, le sequenze di accordi, le buone energie e la vita da vivere, e rinunciare a guardarsi intorno per raccontare un nuovo sé stesso, che conoscendo la ricchezza del soggetto, la sua indomabile “voglia”, sicuramente da qualche parte c’è. Sarà per la prossima volta, ci contiamo, Liga.
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