|
A cinque anni dall’esordio di “Sussidiario illustrato della giovinezza” (2000), dopo aver rischiato di rimanere per strada (“La moda del lento”, 2203, uscì autoprodotto) per i Baustelle è arrivato il contrattone con la Wea, che pubblica questo bellissimo “La malavita”. Comincerò con una cosa che farà imbestialire i fans storici dei Baustelle: “La malavita” è il miglior disco dei Baustelle, superiore al decantato “Sussidiario” che, pur bellissimo, gode di considerazione superiore a causa di quel fenomeno etologico chiamato imprinting. Dirò di più: “La malavita” si candida per diventare un classico del pop italiano. Concept album sul male di vivere oggi, successivo al trasferimento di Bianconi da Montepulciano a Milano (lo si può incontrare al mercato di via Garigliano al sabato mattina, vicino a Piazzale Lagosta), “La malavita”, passando per l’intro di “Cronaca nera”, oscilla tra i due poli rappresentati dalla provincia (la Montepulciano di “Sergio” e “I provinciali”) e dalla grande città (la Milano di “La guerra è finita”, “Revolver”, “Il corvo Joe”, “Un Romantico a Milano”; la Roma di “A vita bassa”, ispirata da un articolo di Marco Lodoli; l’indistinta metropoli italiana di “Perché una ragazza d’oggi può uccidersi?”), per poi allargarsi in un discorso quasi metafisico (“Il nulla”, delizioso pop sbancaclassifiche, e “Cuore di tenebra”, western morriconiano). Il gioco di pendolo è anche temporale, tra l’oggi e gli anni 70 evocati dalle citazioni musicali disseminate qua e là nel cd (“Funerale a Praga” di Faust’o in “Cronaca nera”; “The model” dei Kraftwerk nel riff di “La guerra è finita”, “La notte più lunga del diavolo” di Giulia Alessandroni e “Buonasera dottore” di Claudia Mori in “Revolver”) e letterario, con rimandi testuali che spaziano dal Battiato de “L’animale” o dallo Stefano Sani di “L’isola” (“La guerra è finita”), al Prevert di “Le foglie morte” (“Perché una ragazza d’oggi può uccidersi”), a Dante e Poe (“Il corvo Joe”), ai Manzoni, Alessandro e Piero, di “Un romantico a Milano”. Riferimenti e citazioni mai banali, ma anzi capaci di approfondire il senso del disco: il male di vivere, appunto. È meglio la bella vita di oggi, in cui per avere una personalità bisogna accontentarsi di una mutanda C.K., o la “malavita” anni 70? E non si tratta solo dei romantici poliziotteschi di 30 anni fa. Ma del destino violento che attendeva chi non stava alle regole. Oggi, questo è il senso del disco, semplicemente non c’è destino. Così crollano le illusioni e i miti (“estetica anestetica”) che a Montepulciano tenevano in vita “I provinciali” (bellissimo brano del repertorio pre-Sussidiario, non a caso ripescato): se in provincia il destino era “morire la domenica”, a Milano “il dandy muore”, “la Madonnina muore”, nell’indifferenza generale. Lo stile, che quando nasce da dentro, come espressione di un mondo interiore, permette di affrontare i lati peggiori della vita, oggi è identificato con marche e pseudoVip. Per fuggire tale desolazione, la prima risorsa è stordirsi: “un romantico a Milano” “scola / quasi / centomila Montenegro e Bloody Mary”. Ma la soluzione non è questa: “l’erba ti fa male se la fumi senza stile”, verso epocale, questo vuol dire. Così, si scopre che dietro al vortice di illusioni, di “caos dell'ipermercato”, di lustrini rock’n’roll, c’è “Il nulla”, una vita vuota, assurda e dolorosa (“i segnali spesso non significano mai”) come quella delle “le nigeriane solo in bocca quanto vuoi”. C’è una “bugia / che sta alla base del mondo” (e il bello che un messaggio tanto amaro è in una canzone irresistibile, a metà tra il Battiato primi 80 e gli 883). Ma “c'è una luce che / cancella il buio / e non è (…) il bene del Signore / sei tu... amore! / E così / per sempre vivere” (“Cuore di tenebra”). Non rimane che salvarsi la vita, scegliendosi tra esseri imperfetti e completandosi trovare la propria perfezione. Album della maturità, di abbandono delle illusioni adolescenziali, che parla della condizione umana oggi, in Italia, più di mille trattati. Un punto fermo, epocale, nella storia del pop italiano. Come certi album di De André primi anni 70. Alla voce del quale, scherzo del destino, quella di Bianconi somiglia.
|