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Paul Weller è senza ombra di dubbio una delle poche figure attuali a possedere l’alone – e l’autorevolezza - del Mito. Per quanto riguarda il sottoscritto, tale status risulta guadagnato essenzialmente in virtù del suo passato di leader dei prodigiosi Jam – con cui tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta scrisse molteplici indelebili pagine della new british wave - e degli Style Council – il duo con il tastierista Mick Talbot che per un breve periodo dei mid-80s propose un apprezzato completo “package” di nuovo look Mod e innovative sonorità oscillanti tra il rock, il jazz e il funk. Gli ultimi tre lustri hanno visto il cosiddetto “Modfather” – come va di moda chiamarlo adesso – impegnato in una carriera solista che ha avuto i suoi picchi di rinnovato splendore (in particolare ai tempi del secondo e terzo album “Wild Wood” e “Stanley Road”, rispettivamente del ’93 e ‘95) permettendo a Weller di proporsi con successo ad una nuova generazione di appassionati, in ciò aiutato dall’incedere dell’ondata Britpop, i cui leader (Oasis e Blur su tutti) fin dall’inizio gli hanno riconosciuto una sorta di “padrinaggio” sull’intero movimento. Anche se in questi anni è stato - spesso meccanicamente - incensato, a me Weller “solo” non ha mai procurato particolari fremiti; l’ho sempre trovato troppo ancorato su posizioni di retroguardia, ed eccessivamente pigro e autocompiaciuto una volta trovata la chiave di volta del suo stile solista in un polveroso stile tardo-sixties alla Humble Pie di Steve Marriott e Traffic di Steve Winwood, se non alla Eric Clapton. Conta poi, sul giudizio, il fatto che una “Going Underground” o una “Paris Match” non è più riuscite a scriverle. E tuttavia, quando esce un nuovo disco di Paul Weller bisogna sentirlo, è una cosa che viene spontanea, naturale. Sarà la sua voce – diventata più “soul” o anche più alla Steve Marriott, ed esponenzialmente migliorata – o magari è la sua autorevolezza, e la dignità di cui ha dato mostra nel corso degli anni. Tutto infatti si può dire di Weller, ma a differenza di molti suoi colleghi del bel tempo andato è riuscito a restare sulle scene così a lungo senza MAI apparire patetico, e ciò gli va riconosciuto. “As Is Now” esce a ridosso di un periodo creativamente difficile per l’ormai 47enne Paul: l’ultimo album composto da pezzi da lui firmati, “Illumination” del 2002, era stato forse il meno ispirato; e lo scorso anno aveva visto la pubblicazione di “Studio 150”, una raccolta di cover che personalmente avevo trovato piacevole ma la cui stessa idea di fondo aveva fornito l’impressione che una crisi fosse in atto. Se c’era aria di tracollo, “As Is Now” smentisce però tutti e tutto, e risulta il miglior disco dell’ex-Jam da un bel po’ di tempo – diciamo anche da “Stanley Road”. Uno dei motivi della sua riuscita risiede nella pace finalmente (del tutto) siglata da Weller con il proprio ingombrante passato. Rocka con vigore – non proprio alla Jam ma quasi – sulle radiofoniche “Come On Let’s Go” e “From The Floorboards Up”, ritrova una morbida ballata jazzata come “Roll Along Summer” e si perde nel bollente funky di “Bring Back The Funk” con una foga che non si percepiva dai dischi con gli Style Council. Non rinuncia, naturalmente, al suo adorato blues-rock dei tardi ’60 (“Blink And You’ll Miss It”, acida e trascinante); si concede poi un inedito inusuale vaudeville alla Kinks (“Here’s The Good News”) e, rispetto al solito, inserisce una cospicua porzione di ballate lente, meditative e “mature”: “The Start Of Forever” – forse dedicato ad uno degli innumerevoli figlioli che ha sparso per il mondo – “Pan”, “Fly Little Bird” e, soprattutto, “The Pebble And The Boy”, una canzone alla Scott Walker alla quale si applica con piglio da neo-crooner. Due inciampi di percorso come “Paper Smile” e “I Wanna Make It Alright” – virtualmente indistinguibili come linea melodica da un’infinità di altre ballate che Weller ci ha propinato nel corso degli anni ’90 – avrebbero potuto essere evitati, ma nel complesso “As Is Now” è pienamente soddisfacente, anche in virtù del suo sound asciutto e incisivo, dovuto alle cure del produttore Jan ‘Stan’ Kybert e dell’ingenere del suono Joeri Wisseloord, già assoldati dal “Modfather” in occasione di “Studio 150”. Disco, insomma, assolutamente da sentire: ragionamento che vale – come in precedenza detto - per qualsiasi altra uscita di Paul Weller, ma per fortuna stavolta c’è anche qualche altro motivo in più per farlo.
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