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Bon Jovi
Have A Nice Day
2005
Island
di Alessio "Blemish" Minoia
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La speranza con la quale mi accingo all’ ascolto dell’ ultimo nato in casa Bon Jovi è la stessa da circa dieci anni a questa parte : sapranno finalmente scrollarsi di dosso l’ etichetta di teenager-band della MTV generation, lontana parente di quella ciurma capace di sfornare capolavori di rock americano del calibro di “Slippery when wet” e “New Jersey” ? Considero infatti l’ esordio ed il successivo “7800° Fahrenheit” dischi acerbi e nettamente inferiori come impatto, produzione e songwriting non solo ai due bestsellers sopra citati ma anche ai successivi “Keep the faith” e “These days” usciti durante la prima metà degli anni ‘ 90. L’ imbarazzante parabola discendente palesata con gli ultimi “Crush” e “Bounce” ha trasformato Bongiovanni e compagni in un’ anonima combriccola di rockers in carta pecorita progettati per rivaleggiare, discograficamente parlando, con fenomeni da baraccone catalogati sotto i nomi di Britney Spears e Justin Timberlake. L’ impressione che si ha ascoltando questo disco è che i Bon Jovi siano per ampi tratti prigionieri del proprio singer e del proprio status, una situazione simile ad altre intoccabili stelle delle classifiche come U2, Rolling Stones o Coldplay. Ogni qualvolta la fender di Richie Sambora torna a ruggire macinando riff pieni e le stucchevoli melodie lasciano il passo al groove di Torres e McDonald improvvisamente la nebbia si dirada, la melassa e il miele profuso in abbondanza tra le pieghe delle tracks si squagliano e ci si ritrova ad avere a che fare con un gruppo in grande spolvero, dotato di tiro, spirito rock e per nulla datato. Questo accade in episodi come “Last man standing” e “Last cigarette” carichi di impatto, presenza e quel briciolo di modernità che non guasta in una band in attesa di tagliare il traguardo dei 25 anni di vita. Da questo punto di vista il futuro sembra essere più roseo rispetto a “Bounce” : una vena evolutiva nel sound ha fatto finalmente breccia in alcune delle docici tracce (“I am” e “Complicated” su tutte) ma purtroppo troppo, troppo…troppo pochi i segnali di risveglio dal momento che la serie infinite di ballads strappalacrime giunge su di noi a debellare sul nascere qualsiasi nascente rigurgito rock. “Wherever you are” ( prossimo singolo ), “Bells of freedom”, “Wildflower” una catena ininterrotta di canzoni senza anima, plastificate, perfetta colonna sonora per il fiorente invio di sms televisivi belli carichi di sogni adolescenziali. La title track è la copia sputata di “It’s my life” che a sua volta si rifaceva a “Bad medicine” figlia illegittima di “You give love a bad name” e via discorrendo con le varie “I want to be loved”, “Story of my life” e “Who says you can’t go home”. Perché non interrompere questo circolo vizioso proponendo invece un singolo come “Novocaine” nel quale felicemente convivono un elegante lavoro di chitarra, armonie tipicamente americane e delicate influenze contemporanee degli Stereophonics. Clamoroso l’ errore di valutazione nel mancato inseririmento di “Dirty little secret” e “Unbreakable” qui relegate a ruolo di bonus tracks ma clamorosamente arzille e fresche come due anguille appena pescate, siamo di fronte a riuscitissimi ibridi tra i migliori Def Leppard e il Russ Bullard di “Voices” (..chi se la ricorda alzi la mano!). E poi, e poi…ma i Bon Jovi non avevano anche un tastierista? Che fine ha fatto?? Troppe domande e poche risposte, “Have a nice day” non è il disco della rinascita ma solamente il solito disco dei soliti Bon Jovi.
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14/10/2005 -
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