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Ritornano in pista gli inaffondabili inglesi con un album che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe segnare una sorta di spartiacque rispetto a un disco controverso ed eccessivamente morbido come "Bananas" datato 2003. Terminato il contratto che li legava da quasi quarant'anni con la Emi e accasati presso la Edel, label attenta e puntuale, forse più adatta allo status attuale di Gillan & co., i nostri attraverso un’intensa attività live hanno avuto modo di affinare l'intesa con il nuovo innesto Don Airey. Rimane invece confermato il produttore Michael Bradford e la scelta di registrare anche questo disco in un breve lasso di tempo (solo cinque settimane) per catturare al meglio la freschezza di una band a detta di Glover "ispiratissima". Un intro di Hammond ci conduce attraverso "Money Talks": l'andamento cadenzato, il ritornello quasi accennato, l'assolo bluesy ci rimandano immediatamente agli episodi più convincenti della precedente release. La seguente "Girls like that" risulta essere una discreta canzone, dalla sua un azzeccato ritornello che avrebbe tranquillamente fatto bella mostra di sé in "The house of the blue light". Tralasciamo le insipide “Wrong Man", “Back to back”, “Junkyard blues” e soffermiamoci sulla title track, destinata a divenire un classico nella discografia del gruppo, merito di un riuscito meltin’ pop sonoro tra il riff orientaleggiante di Morse, (finalmente supportato a dovere da Airey) e una prestazione scintillante di Ian Gillan: i riferimenti a capolavori come "Perfect Strangers" o "The battle rages on" non sono sacrileghi. Piacevoli sorprese sono la rockeggiante “Dont let go” , complice un buon refrain e una elegante prova della premiata ditta Gillan/Morse e… udite udite.. addirittura strepitosa “Kiss tomorrow goodbye” legata a doppia mandata a quanto proposto dal quintetto nei seventies: improvvisazione, impatto e una ritrovata attitudine all’elettricità staccano nettamente con il rock adulto a tratti patinato proposto negli ultimi anni. Consuetudine consolidata nelle ultime uscite del quintetto è la presenza di un lento d’atmosfera di buona presa come “Clearly Quite Absurd” anche se nulla aggiunge a quanto già realizzato nel passato in canzoni quali “Haunted” o “Sometimes I feel like screaming”. Che dire…sicuramente sono stati fatti parecchi passi in avanti rispetto a "Bananas": il sound è molto più carico, la voglia di sperimentare della band ancora viva e palpabile, Gillan ha ritrovato per certi tratti lo smalto dei tempi migliori (non aveva mai perso la capacità scrivere testi ironici ed intelligenti), Morse rimane un chitarrista straordinario e i suoi assolo sono sempre una lezione di gusto e tecnica. In definitiva il gruppo risulta essere compatto, capace di regalare all'ascoltatore squarci di classe cristallina (e dopo quarant'anni di carriera non è cosa da poco!)… ma ahimè ancora non ci siamo del tutto. Troppo anonima è la prova fornita da Glover e Paice, autentico motore pulsante in dischi storici come "Machine head" o "In rock", diventati nell'ultimo decennio (per propria scelta o volontà altrui) semplici comprimari. Agli esami di riparazione Don Airey:) qualche sortita (con successo) in territori poco ortodossi rispetto a quanto proposto dal suo storico predecessore ma incide ancora troppo poco nell'economia della band. “Rapture of the deep” rimane profondamente penalizzato dalla produzione di Bradford: molle, senza dinamismo e, lasciatemelo dire, incurante del retaggio musicale di un gruppo come i Purple. Chitarre fiacche, batteria folk, tastiere quasi perennemente sullo sfondo, chi si ricorda lo splendido lavoro svolto da Glover in dischi più o meno recenti come "Abandon" o "Purplendicular" non potrà che inorridire di fronte a questo scempio. Detto questo, il disco rimane tranquillamente al di sopra di parecchie nefandezze ascoltate da nuove realtà spesso idolatrate e pompate oltre misura.
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