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David Gray
Life In Slow Motion
2005
East West/Warner
di Mauro D'Alonzo
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Tra i destinatari degli speciali ringraziamenti menzionati nel libretto accluso al cd c’è pure un certo Marius ed è fuori discussione che, tra le firme che stanno dietro alla realizzazione di “Life In Slow Motion”, quella di Marius De Vries sia una delle più significative. Non devono essere stati facili gli ultimi sette anni, per David Gray. Sei milioni di copie vendute sono un risultato capace di mandare in confusione anche il temperamento più equilibrato e ai più era parso che la vena dell’artista di Manchester non fosse sfuggita a tale conseguenza, appannandosi un po’ dopo gli entusiasmanti riscontri di “White Ladder”. Per ritrovare la forma migliore erano indispensabili una netta virata stilistica ed una mente esperta in grado di pilotare la svolta in modo da conciliarla con i canoni espressi in passato e tali ingredienti non mancano in “Life In Slow Motion”. Dei servigi di Marius De Vries si erano già avvalsi Madonna, U2 e Rufus Wainwright ed è in particolare al lavoro svolto per quest’ultimo che occorre richiamarsi per comprendere le ragioni che hanno spinto David Gray ad interpellarlo. Così come al protagonista di “Want One” aveva messo a disposizione la propria abilità nell’arricchire i brani con sofisticati arrangiamenti imparentati con la musica lirico-sinfonica, De Vries sottopone le composizioni ad un attento filtraggio che gli dona un assetto più arioso e ricercato. L’effetto risalta soprattutto laddove spiccano i contributi orchestrali: dimessi e appena accennati in “The One I Love” (la cui struttura ricorda curiosamente “Waitin’ On A Sunny Day” di Bruce Springsteen) e “Ain’t No Love”, straripanti nell’incantevole “Alibi”, traccia di apertura. Un simile approccio non vuol dire che si sia completamente spenta la filosofia cantautorale della quale sono permeate le precedenti performance, ma è evidente che le note di “Life In Slow Motion” subiscono l’azione di molteplici influssi, anche quando l’attacco sembra preannunciare uno spoglio folk acustico (“From Here You Can Almost See The Sea”). Che David Gray fosse intenzionato ad esplorare nuove strade lo si era già capito allorché, gettando le basi del nuovo cd, aveva deciso di affidarsi ad un vero e proprio studio di registrazione e di non limitarsi a realizzare il tutto tra le pareti domestiche. I suoi pezzi sono come al solito contraddistinti da un efficace tessuto melodico, ma stavolta raggiungono un peso specifico maggiore in virtù di una produzione più accurata ed incisiva e di una complessità narrativa che travalica i confini del bozzetto intimista. “Life In Slow Motion” tocca vette inaspettate e affascinanti e, in definitiva, si può sostenere che non avesse tutti i torti Joan Baez quando, appena pubblicato “White Ladder”, dichiarò che l’ispirazione poetica di David Gray era degna di essere paragonata a quella di Bob Dylan.
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29/09/2005 -
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