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Forse un po’ tutti l’abbiamo innalzato troppo, Devendra Banhart, sangue misto USA/Venezuela e leader riconosciuto della odierna scena avant-folk, altresì nota come freak-folk. E con somma onestà, tra gli eccessivi adoratori includiamo pure noi stessi, dato che al termine di un recente concerto romano del Devendra con tanto di band al seguito, ci lanciammo a profetizzare che questo suo 4° album “Cripple Crow” – facente seguito al primo, grezzo “Oh Me Oh My…” e ai due “gemelli” “Rejoicing In The Hands” e “Nino Rojo” – avrebbe innescato una sorta di mini-rivoluzione in grado di aprire gli argini, magari non per nuove sonorità chè non è su questo che il mito Banhart si fonda, ma almeno per un po’ di volti inediti e talenti underground in grado di rimpiazzare gli spompati divi del rock di oggidì. E sì: lo profetizzammo, sulla base dell’entusiasmo di un’infuocata esperienza live; e nonostante fossimo ben consci che di carenze il lungocrinito residente a San Francisco ne ha a dozzine. Non ha stile, tanto per cominciare. Esteticamente è impresentabile, rifacendosi – nel 2005 - al vetusto stile degli hippies di Haight-Ashbury. Viva i dileggiati Status Quo, allora… Ci infastidisce anche il fatto che Devendra non la conti giusta; che faccia finta di vivere (svagato) su un altro pianeta mentre in realtà ha i piedi ben piantati sulla terra. Che Devendra sia un po’ fasullo se ne sono accorti persino gli inglesi, solitamente più inclini a pompare che a sgonfiare: in una recente intervista promozionale è stato preso finemente per i fondelli dall’intervistatore (“Chi, io hippie? Direi piuttosto new age”, ha risposto ad una domanda incurante del fatto che gli hippies erano in fondo new age e i new agers sono hippies mascherati ) senza peraltro rendersene mai conto. E allora – direte voi – se il personaggio è sgradevole e musicalmente non propone alcuna innovazione ma sgraffigna a più non posso, da che deriva tutto questo ambaradàn intorno a Banhart? In poche parole: dal fatto che è possessore di due merci che tanti suoi contemporanei non sanno neanche cosa sia: Devendra ha enorme talento e grande personalità. E la sua estrema facilità nel comporre, nel creare e nel proporre si traduce in dei live-shows scoppiettanti ed energizzanti. Queste palesi qualità si ripercuotono, naturalmente, anche sui dischi, e su questo “Cripple Crow”; che è comunque il migliore del quartetto e che probabilmente a fine anno inseriremo tra i nostri preferiti del 2005. Fra l’altro, è il primo disco di Banhart “con band” (Vetiver e amici vari, vedi Cat Power e le CocoRosie). Magari la delusione è che è troppo lungo – 22 pezzi di cui almeno 7 evitabili - o che non è un rivoluzionario “Bringing It All Back Home” come qualcuno si è spimto a proclamare, ma “Cripple Crow” contiene comunque alcuni brani di assoluto valore. Tralasciando l’iniziale “Now That I Know” (troppo sfacciatamente alla Nick Drake), il primo brano di nota (e che nota!) è “Santa Maria De Feira”, ballad ispanica alla Jonathan Richman di grande atmosfera. Validissime anche la ciondolante “Heard Somebody Say” (altra atmosfera da capogiro) e il primo esempio di Devendra versione rock-blues “Long Haired Child”. Si torna sulla terra (o meglio, ai tempi di “Nino Rojo”) con “Lazy Butterfly”, mentre “Quedate Luna”, in spagnolo, potrebbe essere il Buena Vista Social Club in modalità folk straniato (niente di che). “I Feel Like A Child”, però, è un pezzo pop monumentale. Si può obiettare che Jonathan Richman queste cose naif le ha già fatte, e le ha fatte essendo, lui, VERAMENTE naif mentre per Banhart è solo una posa; Devendra e soci, però, vi aggiungono ritmo e, da hippies quali sono, un po’ di “sporcizia” e confusione che rappresentano due ottimi ingredienti. Siamo su ottimi livelli anche con la pop-song “Some People Ride The Wave”, mentre “The Beatles” – un evitabile divertissement in spagnolo - condensa i motivi per cui Banhart spesso risulta irritante e fastidioso. A partire da “Dragonflys” e passando per “Cripple Crow” e “Inaniel” torniamo ancora nell’ambito della folk-song più tradizionale, finemente eseguita. Si torna ad avere un sussulto con “Chinese Children”, sul quale siamo ambivalenti: filastrocca cretina o geniale intuizione di un cantautore privo di inibizioni? Il dubbio resta; e tuttavia “Chinese Children” è uno dei pezzi di “Cripple Crow” che, ascoltato una volta, non dimenticherete facilmente. Per “Luna Da Margarita” siamo ancora in un poco significativo territorio Buena Vista. Ottima invece “Korean Dogwood”, bella canzone pop in uno stile che ha superficialmente pochissimo a che vedere col Banhart che conosciamo. Epperò, la grandezza del capellone avant-folk è proprio questa: quella di scopiazzare altrove a più non posso conferendo però sempre al tutto il suo personalissimo stile vocale con le parole a tratti quasi “sputate”. Divertente – e un po’ shockante per il testo, quasi a rischio di accuse di pedofilia se non si trattasse dell’intoccabile Banhart – “Little Boys” dove l’artista e la sua band riscoprono le gioie del doo-wop e del sound degli anni ’50. Così, alla fine, anche se non è l’atteso e pronosticato capolavoro – anche a causa dell’eccessiva durata – “Cripple Crow” è sicuramente un bel disco, inciso e realizzato con una nonchalànce che nessuno oggi, tranne Banhart, possiede. Anche se non è – e non sarà mai – un Dylan o un Drake o un Bolan (o un Richman), Devendra è egualmente il più efficace cantautore del III° millennio, e il bello è anche che è uno che la sua gavetta se l’è fatta e se la sta facendo, componendo, creando e se del caso sbagliando. L’auspicio è che dal suo esempio possa farsi largo una nuova generazione di gruppi e cantautori meno legati alle stantie dinamiche del music-biz di quelli attuali. Magari, rispetto a Banhart, con una maggiore propensione ad innovare dal punto di visto sonico; e con più stile, dal punto di vista sartoriale...
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