|
In Inghilterra la nuova ondata seguente quella del brit pop è stata un chiaro ritorno a un certo filone musicale andato per la maggiore negli anni ottanta, vale a dire quel post punk intriso di new wave che ha fatto la fortuna di gruppi come i Joy Division di Ian Curtis o Echo & Bunnymen; ritmi pseudo danzerecci, uso di sintetizzatori, esplosione elettrica di chitarre taglienti e batterie secche che hanno creato un vero e proprio movimento musicale. Interpool, Franz Ferdinand, Rakes ma anche Kaiser Chiefs e Bloc Party se vogliamo sono un chiaro esempio tutto questo. Gli Editors sono la nuova promessa di una tendenza che non accenna a diminuire, e bisogna ammettere che questo quartetto di Birmingham riesce a fare la sua degna figura con questo esordio così ben confezionato: The Back Room è un concentrato di singoli ad alto potenziale melodico, molto ritmici e confezionati con un sound che richiama i Joy Division e gli Echo & Bunnymen, oltre a certi U2 delle origini (agli albori degli Ottanta per intenderci). Una vaga attitudine dark, momenti di esplosione post punk e un’atmosfera new wave non fanno altro che calarci ora più che mai in questo momento di rivisitazione musicale, con l’aggiunta che degli Editors probabilmente continueremo a parlare perché il disco prende già al primo ascolto grazie ad una certa disperazione ed un certo vigore che arriva dalle canzoni; la voce del cantante e leader Tom Smith è profonda e calda e non vorremo certo azzardare un paragone con Dave Gahan ma sembra che a volte l’intento sia quello di approcciare i pezzi proprio alla maniera del leader dei Depeche Mode. I primi tre pezzi del disco fanno salire subito i ritmo e l’adrenalina, a partire dalla chitarra primi U2 di “Lights” passando per “Munich” e “Blood”, due brani che sintetizzano la caratteristiche di questo filone musicale delineato poco sopra: ritmiche secche e bassi pulsanti, chitarre lancinanti e sintetizzatori che lavorano di atmosfera creando frasi che subito entrano in testa, il tutto elaborato con un’attitudine che è comunque di stampo rock. Tre canzoni ed è il tempo di fermarsi e rifiatare: da questo momento si alterneranno la ballata “Fall”, molto delicata e raffinata, ricorda nella melodia qualcosa degli Staine più malinconici, e il potenziale singolo alla Depeche Mode “All Sparks”; e poi ancora la ballata “Camera” (che richiama qualcosa dei nuovi Coldplay votati all’elettronica e ai synths) e la veloce “Fingers in the Factories”, che pure suona molto anni ottanta. L’influsso e il modo di cantare del compianto Ian Curtis è forte in durante tutto il disco, ma il cantante si rende autore di una buona interpretazione rivelando un buon carisma facendo aumentare il valore di questo già ottimo disco. “Bullets” è stato il primo singolo estratto, e strizza l’occhio ad un certo rock inglese di facile presa, mentre la successiva “Someone Says” è fatta di chitarre veloci e taglienti e si cala perfettamente nell’atmosfera vagamente dark che si respira, oltretutto si fa di nuovo forte il pensiero dei Depeche Mode di Violator o Songs of Faith and Devotion. Di nuovo il tempo di una ballata: “Open Your Arms” fa il paio con la precedente “Fall”, scarna, essenziale, resa dolce da chitarre morbide e malinconiche (salvo poi aprirsi e riempirsi nella lunga cosa strumentale), mentre la chiusura è affidata a “Distance”, un’altra ballata molto evocativa dove una voce che sembra arrivare da lontano accarezza e segue le melodia molto rilassata e rassegnata, sullo stile degli ultimi sforzi di Chris Martin se volessimo dare un’idea vaga. Gli Editors non diranno nulla di nuovo probabilmente, ma quello che hanno dalla loro parte è una propensione a rivedere ed onorare con un proprio gusto e una propria raffinatezza un certo filone che ultimamente è molto bene in vista in Inghilterra; meglio dei Bloc Party probabilmente, non brilleranno per originalità ma esordiscono con mestiere ed onore, ed il disco (che è in giro anche in versione bonus tracks) è consigliato anche a chi, come il sottoscritto, non è amante del genere.
|