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Nuovo disco per i Rolling Stones che escono dagli studi di registrazione con sedici brani nuovi di zecca. Se si escludono le pubblicazioni dei vari “greatest hits live” che arrivavano puntuali alla fine di ogni tournee, la cosa non accadeva da otto anni e quindi è già di per sé un avvenimento. Ad un primo ascolto questo “A Bigger Bang” risulta album gradevole e con il marchio di fabbrica degli Stones su ogni solco. Se poi andiamo a vedere bene, ci sono delle piccole perle come “Streets Of Love” e “Laugh, I Nearly Died” incastonate così come sono nelle dinamiche compositive del duo Jagger-Richards che è un vero piacere andarle a scoprire e crogiolarsi poi nell’ascolto. Malgrado l’età e l’inevitabile logorìo di una carriera artistica così lunga da mandare in soffitta qualsiasi fantasia creativa, il disco conserva intatta quell’energia che scorre nelle vene di personaggi come Keith Richards, una leggenda vivente del rock and roll, Mick Jagger, guastatore adorabile e impenitente, Charlie Watts, impeccabile alla batteria, e Ron Wood, ormai integrato alla perfezione nella band. Ma andiamo per ordine: l’apertura è riservata a “Rough Justice”, un rock elettrico di buona fattura intriso di blues, segue “Let Me Down Slow”, una “rock-ballad” piacevole e andante, di facile lettura, ma è con “It Won’t Take Long” che si comincia a fare sul serio, perché il brano possiede un “groove” interno di tutto rispetto e la chitarra di Keith Richards ti entra nelle viscere e le rimescola come si deve. “Rain Fall Down” è una “funky-ballad” di buona levatura che ricorda un po’ “Harlem Shuffle” e che sarebbe gradita agli Chic, mentre “Streets Of Love” è il primo miracolo del disco: una canzone d’amore, una “slow ballad” bellissima, da brividi, che Jagger esegue nel suo ineguagliabile falsetto. A seguire canzoni come “Back Of My Hand” e “ She Saw Me Coming” che trasudano blues da tutti i pori, e poi ancora “Biggest Mistake” e “This Place Is Empty”, due ballate romantiche, forse fin troppo, che precedono “Oh No, Not You Again”, un rock and roll puro e semplice, in perfetta linea con l’eredità lasciata da Chuck Berry . “Dangerous Beauty” parla delle gioie e dei rischi connessi ad una attività sessuale intensa e poco incline alle regole, mentre il brano che segue “Laugh, I Nearly Died”, quasi a voler riparare le ipotesi lussuriose del precedente, è un “gospel” di tutto rispetto, intenso e sincero, che ti arriva in pancia e ti commuove pure! “Sweet Neo Con” è il pezzo che ha più fatto discutere, perché è una ballata politica, finalmente, a tanti anni di distanza da “Street Fighting Man”, è una “rock ballad” derisoria e sprezzante e quel “ti definisci un cristiano, ma io credo che tu sia soltanto un ipocrita”, proprio all’inizio del brano, è dedicato alle malefatte di George W. Bush, anche se lui, il Presidente degli Stati Uniti, non viene mai tirato in ballo direttamente. Seguono “Look What The Cat Dragged In” e “Driving Too Fast“, due brani di hard rock tirati ed elettrici, rapidi e veloci, cotti e mangiati come il cibo che si consuma in un fast food. Chiude il tutto “Infamy” che - malgrado il titolo - non colpisce certo per aggressività e per cattiveria, ma scorre via così come é, con quegli arrangiamenti bluesati, e poco più. A quanti sostengono che si tratta delle solite cose, che è un disco che nasce già vecchio e che i Rolling Stones non fanno altro che citare in continuazione loro stessi e i Padri Fondatori, beh si può rispondere che Jagger e Richards non hanno mai sperimentato molto, e che non sarà certo questo album a cambiare il destino del gruppo. Ciò nonostante questo disco contiene dei brani strepitosi, insieme ad altri di livello medio. Può servire, a tale proposito, ricordare un verso simbolo dei vecchi Rolling Stones, quel “It’s only rock and roll, but I like it!” che si adatta a perfezione ad una critica ragionata del nuovo album.
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