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Lungi da me l’idea di voler parlare male degli Stooges, che suonarono punk-rock (con venature blues) con almeno sei anni di anticipo sui tempi, ed è un fatto. E’ solo che il coro unanime di lodi lette sulla stampa specializzata in occasione della ristampa deluxe e rimasterizzata dei primi due album della band di Iggy Pop – di cui questo “The Stooges” del 1969 è il primo capitolo – mi è parsa se non eccessiva, quanto meno conformistica e superficiale. Cinque stelle sia a “The Stooges” che a “Funhouse” (il secondo capitolo del ’70, appunto)? Siete proprio sicuri? Prima di dargliele, cinque stelle – che tradotto in termini da uomo della strada significa “capolavoro da ascoltare nella sua interezza a tutti i costi” – dissezioniamolo, questo “The Stooges”. Il disco d’esordio della band di Detroit, inciso nell’aprile del 1969 all’Hit Factory Studio di New York City con la produzione dell’ex (da pochissimo, all’epoca) Velvet Underground John Cale, ha una delle più vibranti aperture che sia mai stato dato di ascoltare: “1969” è un fragoroso inno alla noia suburbana, duro e ripetitivo, basato su insistite figure blues che gli Stooges avrebbero portato alle estreme conseguenze nel successivo “Funhouse”. Le parole che Iggy canta, più abulico che arrabbiato, ti restano conficcate nella memoria: “It’s 1969 oh yeah walk across the USA / another year for me and you / another year with nothin’ to do”. Un inizio perfetto. Si continua alla grandissima con la lasciva “I Wanna Be Your Dog” – chi non la conosce? – ove, aldilà della splendida performance vocale di Iggy, consiglio di apprezzare le evoluzioni chitarristiche dello spesso poco considerato Ron Asheton, vieppiù esaltate dal nuovo cristallino sound rimasterizzato. Fin qui, tutto più che OK; ma la vecchia side A si conclude con “We Will Fall”, un mantra psichedelico di dieci e passa minuti. Possiamo stare qui per ore a disquisire su come “We Will Fall” fosse “ipnotico” (termine usurato che vuol dire tanto senza spiegare niente) e innovativo rispetto alla psichedelia “vera”, quella dei fricchettoni di San Francisco; niente e nessuno, però, mi leva dalla testa che si tratta di brano assai monotono e inconsistente che deturpa la ex-facciata A e con quella, in pratica, l’intero disco. Meno male che si riprende bene anzi benissimo: “No Fun” è “ipnotica” per davvero, ripetitiva e seminale per la storia del Punk (i Sex Pistols la incisero come b-side di un 45 giri e la suonarono come ultimo pezzo al loro concerto d’addio al Winterland di San Francisco), ed insieme alla successiva “Real Cool Time” (con un’intro “wah wah” da favola di Asheton) siamo a 4 irresistibili inni rock’n’roll di quelli che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del rock, oggetto ormai di almeno un migliaio di cover-versions. E veniamo agli ultimi tre – meno noti - pezzi. “Ann” è quanto di più simile ad un “lento” gli Stooges abbiano mai prodotto. Possiede un suono a cui David Bowie e Mick Ronson si sono indubbiamente ispirati per le prime cose degli Spiders From Mars. E’ graziosa e riveste anche un’importanza storica per il motivo succitato, ma in sé non è trascendentale. “Not Right” rappresenta invece una variazione sul tema di “Real Cool Time”, ma leggermente inferiore; la cosa si ripete per la finale “Little Doll”, che anzi, più che variare su “1969”, ne è praticamente una scopiazzatura di scarso valore. Il verdetto finale (appellabile) è che le cinque stelle vanno senza discussioni ad un EP - mai uscito ma magari - contenente “1969”, “I Wanna Be Your Dog”, “No Fun” e “Real Cool Time”, i quattro pezzi tuttora esaltanti del disco a cui va il merito di aver innescato una rivoluzione sul piano sonico. Invece, se dobbiamo giudicare serenamente “The Stooges” in quanto album, di stelle non ne merita più di tre e mezzo, al limite quattro. Probabile che Iggy, i fratelli Asheton e Dave Alexander entrarono in studio, quel fatidico aprile 1969, con pochi pezzi già completi (“quei” quattro, forse cinque con “Ann”): allungarono il brodo a “No Fun” – brano che il sottoscritto ha sempre trovato innaturalmente lungo – riempirono la facciata A con l’interminabile nenia di “We Will Fall”, e, onde arrivare ad una trentacinquina di minuti di musica, crearono due cloni di “Real Cool Time” e “1969” di modo che Cale potesse chiudere baracca e licenziare l’album. Per il secondo album “Funhouse”, invece, gli Stooges non si fecero trovare spiazzati e arrivarono in sala d’incisione con tutti i pezzi già pronti e provati più volte dal vivo. Ma quella, come si dice, è un’altra storia, e un’altra recensione…
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