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Road To Rouen è il quinto disco in studio dei Supergrass, trio di Oxford (ora divenuto quartetto) che dal lontano 1995 ha saputo esplorare il vasto terreno del rock inglese, partendo dal brit più abusato ma allora nascente di I Should Coco (“Alright” ha il profumo di vecchio classico) e arrivando a dischi di solido e mai banale vintage rock, quello fortemente debitore verso band come Beatles, Stones e Kinks. Dopo l’ottimo Life On Other Planets arriva in tre anni questo Road To Rouen registrato come di consueto in Francia per l’etichetta Parlophone, ed è subito ottima musica: solo nove tracce, una trentina di minuti di ascolto e una sensazione dolce amara che resta alla fine dell’ascolto perché il disco è davvero bello e ci si aspettava qualche canzone in più. La band di Gaz Coombes suona così vintage, usa strumenti inusuali come ukulele e cetre eppure quello che ne esce fuori è pura melodia inglese che guarda al passato senza calcare eccessivamente la mano; il disco di apre con “Tales of Endurance parts 4,5,6” che ha un andamento e uno sviluppo molto progressive con un riff serrato eseguito da chitarra acustica e piano, aperture melodiche e costruzione del pezzo virate in senso molto seventies. Il singolo è “St. Petersburgh”, ottima pop song di chitarre acustiche e piano che profuma di vecchia Inghilterra, un pezzo che sicuramente capiterà di sentire molte volte in radio, così come “Sad Girl” che è un brano che sarebbe potuto uscire dalla penna di Sir Paul ai tempi dell’album bianco: qui il suono è allo stesso tempo tradizionale e innovativo, con degli interventi di sintetizzatori che mai stonano nell’atmosfera generale della canzone. Ma i Supergrass del 2005 sono molto ambiziosi e spaziano da un’atmosfera all’altra per tutto il disco; “Roxy” è una ballata di space rock che dopo aver accarezzato con il ritornello melodioso e malinconico comincia a virare verso altri territori, fino ad una vera a propria cavalcata psichedelica: sei minuti e mezzo di rock debordante e ipnotico sorretto da un crescendo strumentale. Arrivano le sorprese perchè con “Coffee in the Pot” ci si stupisce davvero: uno strumentale western molto alla Calexico, ritmato e serrato, il tempo giusto di un caffè citato nel testo perché il brano dura poco più di un minuto e mezzo; il pezzo che dà il titolo al disco è un bel rock che guarda ai Kinks, molto tirato e impreziosito da chitarre funky e da buone aperture melodiche, mentre “Kick in the Teeth” ha l’arpeggio dei primi Beatles ma poi ci si rende conto che è l’intero territorio beat e del rock’n’roll il punto di riferimento del pezzo, se è vero che per un attimo passano per la mente anche i Rolling Stones e certo rock dei sessanta. La tenuta del disco è pressoché ottima,e più ci si avvicina alla fine dell’ascolto e più si capisce che si ha a che fare con uno dei dischi più diretti e ben orchestrati del 2005: la penultima canzone è praticamente una Lennon song anche per come è cantata, bella, lenta e antica, sognante e romantica. In una parola una delle migliori parti del disco, con una costruzione armonica perfetta che fa ritrovare il senso di un certo tipo di musica che in Inghilterra si sta perdendo appresso alla nuova ondata new wave; la chiusura del disco è affidata alla delicata ballata “Fin”, moderna nei suoni e costruita su chitarre acustiche arpeggiate che danno una sensazione di dolce malinconia, un pezzo che forse avrebbe scritto di questi tempi John se ne avesse avuto modo. Trenta minuti per ritrovare lo spirito del passato rivisitato con la giusta originalità e attitudine, questo sembra essere il pensiero che si ha ascoltando questo bellissimo disco. I Supergrass non sono mai stati sulla cresta dell’onda,e non hanno sbagliato un disco. Sarà proprio per questo motivo probabilmente, noi ce li teniamo così come sono. Da avere.
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