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Come un carillon in versione pop, un arpeggio di chitarra acustica e la sottile linea vocale che detta il tema iniziale. E’ lo sprazzo iniziale che apre “Blinking Lights And Other Revelations” il nuovo doppio cd di Eels una delle band che negli anni ’90 avevano scosso il panorama indie della musica pop-rock d’autore. Ancora una volta, il centro, la mente del gruppo e il suo motore è Mark Oliver Everett, ovvero mr E., come a lui piace essere più semplicemente chiamato, con le sue paure, i suoi drammi familiari ma anche il suo sguardo ironico e distaccato sul mondo, e sul suo mondo. E mai come stavolta ha avuto bisogno che gli altri membri della band gli venissero appresso assecondando la sua fertile poetica che ne ha fatto uno dei songwriters americani più apprezzati della nuova generazione. Benché lui tenda a minimizzarlo, “Blinking lights...” , costruito come un viaggio attraverso i ricordi e le esperienze della vita, sembra scritto con lo spirito di chi molte di queste vicende le ha vissute, o comunque le sente come parte della propria personale vicenda umana. L’intro strumentale è già un benvenuto nel mondo, quindi un incipit, il mondo ancora magico di “From which I came/magic world” con lo sguardo disincantato del bambino che comincia ad aprire gli occhi al mondo. Gli stessi titoli presentano sguardi e sensazioni (“Son of a bitch” e “Trouble with dreams” ), personaggi e volti familiari (“Suicide life” come un omaggio alla sorella di Everett morta suicida o “Mother Mary”), o luoghi precisi a metà tra luoghi incantati e luoghi sinistri (“In the yard behind the church”), disseminati come in un percorso di crescita che chiede volti, fatti, oggetti. Cose e persone vanno poi ad incontrarsi poi in alcune immagini cariche di significato, come il “Railroad man”, l’uomo delle rotaie, quasi un icona di un tempo che fu, che attraversa adesso le rotaie a piedi, oppure ancora più fragili e sottili come l’”Understanding salesman” che chiede al padre di non lasciarlo da solo questa volta, “tutto solo nella sua mente”, mentre qualcuno bussa alla porta e il telefono squilla. In quest’ultimo brano è un densissimo violino a duettare con la chitarra acustica e a sostenere la melodia vocale, ma in generale gli arrangiamenti alternano momenti molto intimi, con la voce di mr E che chiede solo alcuni arpeggi, spesso quasi accennati, magari una sottile trama ritmica, e pochi strumenti di contorno, raramente con archi o fiati, più spesso col piano elettrico o appunto la chitarra, ad altri momenti più tirati, con l’inconfondibile voce di Everett che in questi casi si fa sabbia e ghiaia, cerca le chitarre elettriche leggermente distorte, che lasciano comunque percepire ogni piccola sfumatura, o ancore le chitarre acustiche limpidissime, insieme ad una più sostenuta sezione ritmica. Detto ciò appare evidente che siamo piuttosto lontani dalle sperimentazioni indie di un “Beautiful Freak”, firmato dagli Eels nel 1996, e del suo “contro-inno-indie-rock”, “Novocaine for your soul”. Gli inserti elettronici sono ridotti al minimo, e questo farà storcere il naso a molti fan che ne avevano amato la vena più innovativa. Ma la trama di Mr E questa volta ha bisogno semmai di dosati inserti acustici per dare sostanza e anima ai suoi ricordi. Il tema “Theme for a pretty girl that makes you believe God exist”, introduce ad una fase più matura del percorso, anche se la prima parte si chiude con le lucine beffarde di “Blinking lights (for you)”. Lo stesso Everett le ha descritte come le luci di un albero di natale che accendendosi solo ad intermittenza lasciano intravedere e solo tratti i momenti importanti della vita. Sembra proprio l’idea che sta dietro alle sue canzoni, nelle quali le immagini suggeriscono, illuminano in parte, ma non vogliono e non devono raccontare delle storie compiute, delle storie ordinate, con una trama compiuta. La seconda parte si apre con la polvere sottile che comincia a depositarsi sui ricordi: “Dust of ages”, è la polvere delle età, che inevitabili si avvicendano e ci ricordano che la strada dovrà portarci in un “dove”. Segue ancora il tema iniziale, stavolta suonato con un organo, quasi più deciso ma anche più malinconico. Poi i ricordi si fanno corsa per “Hey man (now you’re really living)”, con mr E. che sornione chiede se “hai mai fatto l’amore con una ragazza che ti facesse sentire come se il mondo non fosse poi così cattivo”. Bene! Così stai realmente vivendo! Ma dietro l’angolo ci sono il “troppo piccolo” e il “troppo tardi” di “I’m going to stop pretending that I didn.t break your heart”, dai toni suggestivamente noir con la tastiera e una slide-guitar che intervengono in un “christmas eve”, una vigilia di natale piena solo di una chitarra acustica e di una voce inquieta. Quasi la stessa voce di “If you see Natalie”, con ancora un protagonista femminile sinistro e scuro, proiezione delle troppe parenti di Everett tragicamente scomparse come la cugina che restò uccisa nell’aereo che si schiantò sul pentagono l’11 Settembre 2001 (forse la stessa cugina di “Ugly love”, nell’attacco “dear cousin”). Il silenzio quasi mistico di “God’s silence” a questo punto arriva troppo tardi: quelle “other revelations” che campeggiavano nel titolo del disco, a questo punto è evidente che non abbiano nulla a che fare con una qualche “rivelazione” salvifica. La scarsa vena scanzonatamente cantata in “Losing streak” è l’ultimo debito pagato al mondo ma col sorriso sulle labbra. Poi il suono di una tastiera quasi infantile fa aleggiare l’ultimo tema “Last days of my bitter heart”, dolce e malinconico, ma è solo qualcun altro da salutare e cercare tra le stelle in una notte di dicembre (“The stars shine in the sky tonight”), prima dell’ultima splendida ballata “Things the grandchildren should know”, e di un bambino ormai cresciuto che dovrebbe aver imparato tante cose, da chi ormai si è lasciato alle spalle. Forse un po’ troppo lungo (33 tracce complessive), con alcuni capitoli probabilmente evitabili (come “Going fetal” salvata solo dall’urlo di Tom Waits, o come “To lick your boots” scritta a quattro mani con Peter Buck, funny ma non indispensabile), e con una tendenza quasi caustica a degli arrangiamenti minimalisti, che troppo spesso si cercano e si trovano simili. Nonostante tutto ciò e nonostante le inevitabili amnesie che nel flusso dei ricordi di Mr E, non possono non rimandare ad un confronto con le cose migliori degli Eels, quelle della metà anni ’90, (a volerla dire tutta quelle più “elettriche”), bisogna arrendersi all’evidenza che, alla fine, nella testa di Mark Oliver Everett (“...a man often called E...”), ancora non è riuscito ad entrare nessuno. Inutile farsi troppe domande. Questo “Blinking Lights And Other Revelations” resta una delle cose migliori di questo 2005.
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