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Si discuteva giorni fa con un gruppo di amici, in una tipica conversazione da spiaggia, sulle misteriose motivazioni alla base della scelta di conferire a Stefania Sandrelli - che tutto è, o è stata, fuorchè "una brava attrice" - il Leone d'Oro alla carriera in occasione del prossimo Festival di Venezia. Ordunque, la spiegazione che ci siamo dati è che alla fine dei giochi, soprattutto in Italia ma non solo, quello che conta non è tanto essere bravi o talentuosi ma semplicemente "esistere". E la Sandrelli, in effetti, anche in questi ultimi anni in cui di cinema ne ha fatto poco, per esistere è esistita. Grazie in particolare ai Maurizio Costanzo e alle fiction tv, si è (ri)mostrata più volte agli italiani, ed ora giunge l'ambito e sudacchiato premio. Il ragionamento di cui sopra è possibile che l'abbiano fatto anche gli attempati Madness, la "seven men band" di Camden Town (Londra, Inghilterra) che nel proprio carniere vanta almeno un paio di album di indubbio valore (l'esordio "One Step Beyond" del 1979 e il successivo "Absolutely" del 1980) e una (pressochè perfetta) raccolta di "greatest hits" di cui nessun nucleo familiare dovrebbe essere sprovvisto. In quella finestra temporale situata suppergiù tra il '79 e l'85 la band di Suggs e Mike Barson è stata una validissima band, e non solo in relazione allo ska - che ha contribuito come pochi a diffondere - ma più in generale, come esempio di quello stile di pop idiosincraticamente britannico incarnato in passato dai Kinks e in tempi più recenti da (primi) Blur. Il problema è che il pubblico, di questo valore, stava iniziando a dimenticarsi; e nessuno, da un po' di tempo a questa parte, parlava più dei Madness. Degli Specials sì, e dei Beat e dei Selecter anche, ma il combo artefice di gemme come "House Of Fun" e "Baggy Trousers" sembrava (ingiustamente) finito nel dimenticatoio. Oggi (e dopo uno scarsamente pubblicizzato "reunion album" di qualche anno fa) i sette di Camden tornano, giustamente, a "esistere". Teoricamente non ci sarebbe, e non c'è, nessun bisogno di ascoltare un album di un gruppo che le ultime cose rilevanti le ha dette oltre venti anni fa: fa però immenso piacere vedere finalmente come, dopo anni di silenzio, questo "The Dangermen Sessions" abbia innescato una serie di articoli retrospettivi sui Madness su una pletora di media, vedi ad es. il mensile Mojo. Il disco in sè - che, come previsto, è quanto di più prescindibile si trovi oggi sul mercato - propone tredici versioni cover di brani del passato, ska ma non solo, che i Madness ripropongono nel loro consueto ed ineguagliabile "nutty style". Causa anche la stagione vacanziera, è tuttavia lungi da me l'intenzione di stroncarlo, perchè in fondo "The Dangermen Sessions Vol. 1" è DIVERTENTE. "Lola" dei Kinks in una inedita angolatura ska è notevole, come anche spassoso è il primo singolo tratto dal disco, "Shame & Scandal", con un testo che racconta una storia tutta da seguire, ripresa da Lord Tanamo. E' adattissima per uno ska-party la cover delle Supremes "You Keep Me Hanging On", e meritano una citazione anche l'iniziale "John Jones" e la cover dei Beatles "Rain". Non è niente di trascendentale, e ricalca un po' quanto proposero i connazionali UB40 qualche annetto fa, ma ai miei vicini d'ombrellone - una comitiva di adolescenti tra i 16 e i 19 - "The Dangermen Sessions Vol. 1" è piaciuto assai, e alcuni di loro si sono ripromessi, una volta tornati in città , di acquistare uno dei "best of" dei Madness. E scommettete che era proprio questo l'obiettivo che Suggs, Barson e soci si erano fissati fin dall'inizio?
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