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Come i biscazzieri di Las Vegas che tanto ispirano la sua musa creativa, stavolta Willy Vlautin - leader, cantante e songwriter dei Richmond Fontaine da Portland, Oregon - si è voluto concedere una puntata ai limiti dell'azzardo: dopo la rivelazione del quarto album dei Fontaine, quel "Post To Wire", per il quale un anno fa la critica si profuse in unanimi elogi, che ti combina Willy, invece di fare ciò che avrebbero fatto tutti (ovvero dare alle stampe un seguito non dissimile per temi ed atmosfere dal roots-rock di frontiera che lo aveva reso celebre)? Se n'è andato solitario in un derelitto hotel del Nevada chiamato - appunto - The Fitzgerald, a comporre testi e musica delle undici tracce che compaiono adesso su questo nuovo album. Undici canzoni ridotte all'osso, composte in massima parte dalla voce di Vlautin accompagnata da piano o chitarra, con qualche remoto abbellimento da parte del resto della band: ballads intimistiche cupe e colme di melanconia, un filone che sapevamo essere nelle corde dell'artista oregoniano (basti pensare a "Two Broken Hearts" su "Post To Wire"), ma che qui viene esplorato fino in fondo e proposto lungo tutto il corso di un album che rappresenta una sorta di rigoroso "concept" sul lato nascosto del sogno americano. Volendo, lo si potrebbe considerare il "Nebraska" di Willy Vlautin. E' un confronto che, tuttavia, il capo dei Richmond Fontaine vincerebbe a mani basse rispetto al Boss: è sempre stato ovvio infatti che, aldilà di certe superficiali strizzatine d'occhio a Woody e a Bob, la poetica di Springsteen è sempre e solo stata puntata verso quella che per lui è l'unica vera e possibile "success story" a stelle e strisce: maritarsi con un'avvenente (?) fanciulla italo-americana, mettere al mondo una caterva di figli e dare così fondo alle proprie giornate in un casale sulle colline del Noo Jorsee, possibilmente con vista sul mare. Per Vlautin è diverso: lui è uno scrittore e un affabulatore dotato di una fervida immaginazione e capace di immaginare esistenze parallele alla propria. E le immagina e le descrive - ciò che qui, per noi, conta di più - senza provare il bisogno di giudicarle. Come già detto si trattava però, per l'oregoniano, di una scommessa pericolosa oltre che ambiziosa, e con un elevato rischio di fallimento. E invece "The Fitzgerald" si regge perfettamente in piedi; pur totalmente diverso da "Post To Wire", il suo standard è pressochè lo stesso, anzi, forse addirittura più alto. Quasi tutti gli undici bozzetti del disco sono deliziosi e senza posa intriganti: lo spaventoso ritrovamento di un cadavere nel deserto di "Incident At Conklin Creek", la casa colma di (troppi) ricordi di "Exit 194B", il ragazzo disadattato in fuga di "Laramie, Wyoming", i protagonisti sbandati di "Welhorn Yards", i giocatori d'azzardo di "Casino Lights". Si tratta di piccoli racconti alla Raymond Carver - il primo nome che viene in mente, ma se ne potrebbero citare tanti altri, anche Bukowski - quasi tutti magistrali nel mix di musica e parole ("Exit 194B" e "Welhorn Yards", in particolare, sono due gioielli di cantautorato USA intimistico) con rare eccezioni (in "The Janitor" si ha la netta impressione che la lirica sia stata scritta prima, e la musica vi sia stata incollata a forza successivamente). Alla fine, però, "The Fitzgerald" è uno di quei rari dischi che rimane impresso nella mente e nel cuore, grazie alla forza di alcune immagini insistite (il "dirt and gravel" in cui i protagonisti finiscono inevitabilmente per rotolare, una certa "darkness" di sfondo a tutte le vicende) e ad un songwriting complessivamente sincero e di qualità. In mezzo a cotanta oscurità, è poi rigenerante la conclusiva "Making It Back" in cui un Vlautin finalmente tornato a casa, dopo giorni su giorni passati a convivere con la sua galleria di "losers" e con tanta, troppa America di serie B, implora ripetutamente di ascoltare "Summer in Siam, please, on repeat again": una canzone esotica, di un gruppo irlandese (i Pogues) su una terra situata nell'Est più lontano e sperduto. Quanto di più distante dalle "backstreets" degli USA da lui frequentate e narrate, che alla lunga possono dar luogo a forti sensi di nausea. Non è un disco facilissimo, "The Fitzgerald", e forse non è neanche per tutti: e magari, per poterlo apprezzare appieno - oltre ad possedere animi in qualche modo "sensibili" - c'è bisogno di avere qualche annetto di esperienza sul groppone e/o di aver visitato gli anfratti più remoti dell'America. In alternativa, è altamente consigliato vedere i film di Robert Altman e dare una letta a Carver. Ma anche la lettura di un certo Jack Kerouac non guasta mica...
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