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Grandi cambiamenti per Frank Black, che come è noto è il popolare “ciccione” dei Pixies: divorzia dall’amata moglie, si rappacifica con la propria band originaria (che, non dimentichiamolo mai, è stata e forse è ancora una delle più grandi formazioni rock di tutti i tempi) e “in the meantime” trova il tempo per andarsene in solitario in quel di Nashville ad incidere col supporto di un nugolo di valorosi sessionmen una sfilza di nuove canzoni incentrate sul tema della sofferta separazione. Diciamolo: suonava bene, se non altro perché i sessionmen in questione non sono affatto anonimi ma rispondono ai nomi di Dan Penn, Spooner Oldham, Steve Cropper ed altri di questo calibro, tutta gente che ha fatto la Storia della Musica Americana. Il problema è che “Honeycomb” possiede un punto debole, anzi debolissimo: la voce di Frank, che – e lo si sapeva già – è perfetta per il protogrunge dei Pixies, ma risulta assolutamente non adatta a canzoni di altra, più elevata sofisticazione quali quelle contenute su questo CD. E’, fra l’altro, un vero peccato, perché Black dimostra per la prima volta su “Honeycomb” di essere un compositore eclettico, in grado di creare dei brillanti bozzetti di country-soul “adulto” non meno bene di come un tempo diede voce all’alienazione del college-boy americano medio. Diversi episodi di questo disco sono di fatto eccellenti: la title-track, “I Burn Today”, “Lone Child”..., anche se tutte purtroppo penalizzate dalla vocalità ultrapiatta del Black. Irritante risulta però la pretesa dell’ex-Pixie di interpretare “Dark End Of The Street” - di cui non possiamo non tenere a mente la versione sofferta e “definitiva” del soulman James Carr - con risultati sconcertanti, quasi da karaoke. E con un’altra cover, “Sunday Sunny Mill Valley Groove Day” di Doug Sahm, Black ottiene suppergiù il medesimno effetto. Diverso invece il discorso per “Selkie Bride”, brano alla Leonard Cohen, e per “My Life Is In Storage”, una canzone appartenente al registro più tipico di Frank Black, e che avrebbe ben figurato – con ben altro arrangiamento, naturalmente – su un album dei Catholics o, perché no, dei Pixies. In definitiva, “Honeycomb” – levate le cover - è perfetto come demo-tape, ottimamente suonato da gente che a suo tempo fece le fortune di Elvis, e con una dozzina di canzoni che un interprete di ugola forte saprebbe adeguatamente valorizzare. Da proporre – perché no? - ad uno come Solomon Burke…
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