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Capita, di quando in quando, che mi si chieda che musica mi piace. Strano ma vero, è una delle domande più difficili del mondo, a cui solitamente replico borbottando i titoli dei primi due-tre dischi che mi vengono in mente, e/o che ricordo di aver visto di recente in cima alla mia pila di ultimi ascolti. Risposte frettolose ed approssimative (e pochissimo argomentate) che non rendono giustizia alla domanda iniziale, nel senso inteso dai miei interlocutori; non si tratta, infatti, di cosa sto ascoltando in questo periodo – per diletto o per lavoro – il punto è: quali sono quei dischi e/o artisti che, dopo anni e anni di ascolti che mi hanno visto infatuato di volta in volta per il punk californiano, l’elettronica di stampo bowiano, l’hip-hop della east e della west coast ecc., sono tuttora in grado di procurarmi uno stato alterato e di farmi schizzare dalla sedia per dimenarmi su e giù per la stanza manco fossi al 100 Club, magari con l’ausilio di una lampada a mò di microfono con relativa asta? Riflettendoci bene, davvero pochissimi. I Clash di “Janie Jones” e “Complete Control”, eternamente sguaiatamente efficaci; i Pixies di “Tame” e “Debaser”, canzoni semplici, formidabili e insuperate. E infine “Shake Some Action”, dei Flamin’ Groovies, il brano che apre questa – appena ristampata - raccolta del 1976 della band californiana. Che “Shake Some Action” mi “funzioni” ancora così bene, a un livello primordiale e istintivo, è tanto più sorprendente se penso che io e il pezzo in questione abbiamo una lunga storia. Risale alla fine degli anni ’70, quando entrai in possesso della (storica) compilation “Punk Collection” che la RCA aveva introdotto in commercio a “low cost” per tastare la possibilità del fenomeno punk di attecchire anche in Italia. Quel vinile conteneva alcune cose realmente punk (su tutte, i Ramones di “Blitzkrieg Bop”) ma anche altre che punk non erano per niente, come la Larry Martin Factory e, appunto, i Flamin’ Groovies. All’epoca, la band di San Francisco guidata dal chitarrista Cyril Jordan era nel pieno della sua “seconda fase”. La prima, col cantante Roy Loney, aveva visto i Groovies attivi nel proporre un incendiario “no-nonsense-rock-and-roll”, a suo modo rivoluzionario nel momento in cui Frisco era preda delle moscerie psichedeliche dell’hippie movement. Uscito di scena Loney, Cyril Jordan riconfigurò i Flamin’ Groovies come band dedita ad una meticolosa riproduzione del sound del 1965, i cui astri di riferimento erano Beatles, Rolling Stones e Byrds. “Shake Some Action” fu incisa nel 1972 dalla nuova formazione dei Groovies proprio nel da loro mitizzato Regno Unito, ai celebri Rockfield Studios con Dave Edmunds – già chitarrista dei Love Sculpture – ingaggiato come produttore. Per diversi motivi, “Shake Some Action” – a differenza di “Slow Death” e “You Tore Me Down”, che videro la luce rispettivamente uno e tre anni dopo – rimase nel cassetto fino al 1976, quando, dopo un’altra session ai Rockfield Studios col medesimo Edmunds, uscì l’album dallo stesso nome, col conseguente (ri)lancio internazionale della band. Ora: potrei stare qui le ore a disquisire su “Shake Some Action”; potrei sottolineare come si tratta di un brano fondamentalmente alla Byrds, ma con un vigore e un impeto (new wave?) che la band di Crosby & McGuinn non possedeva; potrei soffermarmi su quella mitica chitarra con il flanger che guida tutto il pezzo dall’inizio alla fine; infine, potrei citare anche una mia impressione, che Mark Knopfler avesse preso ben nota di “Shake Some Action”, quando si trattò di creare le canzoni di quel primo (e migliore) album dei Dire Straits. Potrei – ma in fondo, sinteticamente, l’ho fatto. Meglio, tuttavia, limitarsi a dire che è un classico del rock e che meritava di andare al numero uno in tutte le classifiche, in quell’anno di grazia 1976. Fece un buco nell’acqua, ovviamente, ma grazie alla sua inclusione nella “Punk Collection” aprì un mondo musicale nuovo con infinite inedite possibilità a me e a molti altri come me, abitanti di un’Italietta in cui imperversavano dinosauri prog e mesti cantautori. Era dura, infatti, traghettarsi d’un sol colpo da Jethro Tull e Edoardo Bennato ai Sex Pistols e ai Ramones; ci voleva una pietra di guado e “Shake Some Action” fu esattamente quella necessaria “stepping stone”: quattro minuti e mezzo essenziali, gustosi e aggressivi quanto bastava. Fu un primo rito di passaggio; per apprezzare pienamente la rabbia e il furore di “Holidays In The Sun” e “Blitzkrieg Bop” ci sarebbe stato tutto il tempo. Dopo. Nel corso degli anni questo divino pezzo firmato a due mani da Cyril Jordan e Chris Wilson l’ho riascoltato più volte, e non mi ha mai deluso. E anche stavolta, quando mi è capitata tra le mani questa ristampa (n.b.: è la prima volta che l’album in questione viene ristampato ufficialmente su CD) le apprensioni iniziali sono svanite subito appena ho risentito la ritmica di Cyril Jordan che apre il pezzo, e che mi ha fatto l'effetto, per l’ennesima volta, di una specie di chiamata alle armi. Il resto dell’album? Per chi lo apprezza, è mero revival del periodo “british invasion” con parecchie cover, due delle quali dei Beatles (“Misery”) e Rolling Stones (“She Said Yeah”, che di per sé era già una cover) che non valgono un’unghia rispetto agli originali. E anche la spesso elogiata “You Tore Me Down”, pur graziosa, è niente di che se confrontata a un pezzo qualsiasi, mettiamo a caso, di Billy J. Kramer & The Dakotas. Il fatto è che, se l’operazione revival dei “Flamin’ Groovies Mk II” poteva avere un senso nel 1976 in cui era sentita la necessità di tornare all’essenzialità del rock primigenio, oggi, semplicemente, non ne ha più, e allora tanto vale andarsi a risentire “With The Beatles” e “The Rolling Stones Now” (piuttosto che, ad esempio, “The Flamin’ Groovies Now”, l’altro album del ’78 ristampato in questi giorni). Insomma, se non l’avete ancora capito, la track numero 1 – "quella" - vale da sola l’intero disco.
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