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Un gran bel disco, di solido e robusto american trad rock. Dall’esordio omonimo del 1992 fino ad oggi i Wallflowers hanno cambiato diverse volte formazione (è rimasto solo il tastierista, oltre ovviamente alla mente leader Jacob Dylan), ma non hanno mai sbagliato un disco, cedendo leggermente il passo solo con il recente “Red Letter Days”: grazie a questo “Rebel, Sweetheart” si torna ad un livello molto alto ed ispirato di songwriting. Musicalmente Jacob Dylan si allontana sempre più dal padre Bob e guarda piuttosto a gente come Bruce Springsteen, e non è un caso che la produzione sia affidata a proprio quel Brendan O’Brien che ha lavorato agli ultimi due dischi in studio del Boss. Da subito i Wallflowers hanno provveduto a distanziarsi dalla musica di Bob Dylan, per evitare che succedesse quello che inevitabilmente accade ai figli d’arte; nelle vene di Jacob Dylan scorre un pulsante sangue pop e una buona vena melodica lo accompagna da sempre, così il risultato di ogni disco prodotto fin qui è una manciata di buone canzoni di rock stradaiolo, “american roots” come viene chiamata in gergo. Questo quinto disco prosegue la giusta strada e si pone come uno dei migliori se non addirittura il più bello, anche perché l’inquietudine del Jacob trentenne comincia a fare capolino anche nei suoi testi che ora parlano di guerra, di paura, della metafora della marionetta ubriaca e di un Dio che non ha risposte per le domande dell’uomo. Il disco si apre alla grande con “Days of Wonder”, un energico brano rock fatto di chitarre e organi pulsanti sotto un treno di batteria che affronta una tematica cara all’ultimo Springsteen , i giorni di paura che di questi tempi sembrano non finire mai: “happy birthday to the war / now this may not leave a mark on me / but I sure as hell was there”. Un ottimo inizio che prosegue con la più rilassata “The Passenger”, molto pop e come sempre ricamata da un organo che si incastra alla perfezione con le chitarre (la mano di O’Brien si fa sentire), e lo stesso discorso vale per “The Beautiful Side of Somewhere”, dolceamara e tuttavia così bella e decadente nel ritornello sognante: tre pezzi da favola, ed è l’inizio soltanto. Dopo la solida “Here He Comes (Confessions Of A Drunken Marionette)”, così disincantata e sarcastica nel testo, si arriva ad una ballata pianistica che praticamente è uscita da un disco di Adrian James Croce, tale “We’re Already There”: armonia felicemente costruita e arrangiata con un sound molto vicino a gruppi come i Counting Crows, a cui spesso sono stati accostati i Wallflowers. Arriva il tempo della riflessiva e amara “God Says Nothing Back” (“seems like the world’s gone underground / where no gods or heroes dare to go down”), una ballata acustica dove l’inquietudine di Dylan di cui sopra è evidente a chiunque si prenda la briga di andare a leggere il testo nel libretto del cd; dura ma un forse un po’ scialba la canzone seguente “Back To California”, così come la successiva “I Am a Building” che però gode di una certa complessità e particolarità nella costruzione armonica e nell’arrangiamento. “From the Botton of my Heart” è una ballata acustica che vede Jacob vestire i panni del folksinger disperato e desolato, molto delicata e sicuramente uno degli episodi più convincenti e amaramente autorevoli dell’intero disco, assieme all’altra ballata essenzialmente acustica e introspettiva menzionata prima. Si ritorna così al rock’n’roll stradaiolo alla Tom Petty con “Nearly Beloved”, mentre si guarda con moderazione a McCartney nella successiva “How Far You’ve Come”, il capolavoro del disco con quelle spazzole che seguono arpeggi delicati di chitarre e tappeti di organi, sicuramente un pezzo da ascoltare di sera tardi in auto o in cuffia al buio della stanza; chiude “All Thins New Again”, un brano non particolarmente entusiasmante ma comunque all’altezza della situazione e dotato dell’inconfondibile marchio Wallflowers, radiofonico e tuttavia mai banale. Un disco da raccomandare a tutti quelli che amano il buon rock americano, che non bada alle mode e che fa riflettere e pensare, così come ti accarezza per poi sbatterti in faccia l’inquietudine che c’è dietro tutto questo; in due versioni, disco semplice e disco doppio con dvd, da avere. In una qualsiasi delle versioni, ma da avere.
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