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Vi ricordate gli Suede, il gruppo inglese che abbe un discreto successo nei primi anni novanta? Erano guidati da Brett Anderson, alla voce, e da Bernard Butler, chitarra solista, una coppia di tutto rispetto sul piano compositivo perché i due riuscivano sempre a miscelare con buona fortuna le tendenze “glam rock” dell’uno con il “pop rock” decadente dell’altro. Adesso, a nove anni di distanza dallo scioglimento di quella band, Anderson e Butler ci riprovano (o si riciclano) e insieme a loro per questa nuova avventura nei The Tears troviamo Nathan Fisher, al basso, Will Foster alle tastiere e Makoto Sakamoto alla batteria. Intendiamoci, il suono è noto, la formula è ben conosciuta ma, ciò nonostante, in alcuni episodi l’album risulta ugualmente piacevole, così infarcito di ballate intimiste e romantiche, curato come è negli arrangiamenti. Su tutto “ Refugees” una “pop ballad” di buona fattura, delicata e sognante, che sarà anche il primo singolo tratto dall’album, e un brano intrigante come “ Lovers “, vagamente “sixties”, gradevolmente andante, altro potenziale singolo. Da segnalare inoltre il “groove” delizioso e le conturbanti oscillazioni di “Autograph”, le atmosfere rarefatte di “Asylum “ e la struttura melodica semplice ma indovinata di “The Ghost Of You”, una ballata vecchio stile che cattura al primo ascolto. Un discorso a parte merita “ A Love As Strong As Death”, una composizione per voce e piano, una ballata triste e sconsolata, dedicata a tutte quelle storie d’amore intense che però finiscono senza un perché e lasciano un vuoto incolmabile. Farebbe invidia agli Oasis una “power ballad” come “ Imperfection “ un brano che si muove sul sentiero ecumenico del buon “pop” britannico, corale e liberatorio. In conclusione un album che va oltre le aspettative e che trova un compromesso fra rock elettrico ed armonie pop, un disco dove sono vietate le tonalità alte, che non é mai estremo, ma molto ricercato e godibile.
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