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Ho ascoltato con interesse e coinvolgimento, non senza un’intima soddisfazione, l’album d’esordio degli Okinerò e ne ho tratto una serie di considerazioni soggettive per quanto inevitabili. La prima è che Charity Cafè nasce, come dimostra il nome stesso (è uno dei locali “storici” del jazz romano), da un’esperienza diretta ovvero in un contesto “improvvisativo” fatto di sessioni dal vivo, tentativi, incontri, amicizie, scambi di idee e soprattutto “voglia di suonare”, di cimentarsi in un’impresa non facile, ma, come ogni apprendistato, ricca di prospettive ed interessanti sviluppi. La seconda è che proprio a causa del contesto “improvvisativo” che ne ispira l’intera gestazione, la musica degli Okinerò non ha di per sé una progettualità aprioristicamente definita, stabilita a tavolino, quanto piuttosto, direi, è conseguita sul campo, session dopo session, cena dopo cena: lo stesso nome Okinerò lo si deve al cameriere greco del ristorante “La Carbonara dal 1906”, dove il gruppo di solito suonava la sera prima d’un concerto. Ciò significa che l’originalità è stata conseguita gradualmente, utilizzando un vasto repertorio di standard, cover, interpretazioni e motivi altrui, più o meno conosciuti e sapientemente “amalgamati” in un canovaccio sonoro montato ad arte, anche grazie alla particolare competenza strumentale dei musicisti, Mario Di Marco in primis al clarinetto, vero e proprio leader del gruppo, poli-strumentista e collaboratore nell’ambito di svariati progetti di musica classica e jazz, diplomato col massimo dei voti al Conservatorio di S. Cecilia in Roma, quindi a seguire Giancarlo Evangelisti alla chitarra, Giulio Ceccacci al basso e Carmine Chiappetta alla batteria. La terza osservazione, strettamente attinente alle precedenti, è che la musica degli Okinerò, proprio perché frutto di un esercizio quotidiano, di una stretta collaborazione “fra amici”, non può essere collocata altrimenti se non nell’ambito di una “fusion” nel senso più letterale ed inequivocabile del termine, esente cioè da contaminazioni di carattere sperimentale ed avanguardistico, esente tanto meno da ibridazioni stilistiche, finalizzate all’innovazione del linguaggio o al rinnovamento del canone. La ricerca procede piuttosto verso il conseguimento di una chiarezza espressiva e comunicativa che non può prescindere dall’utilizzo di uno stile immediato e lineare, semplice, divertente ed al tempo stesso gradevole, fruibile a diversi livelli di ascolto, da quelli più propriamente “easy listening” ad altri via via più raffinati e complessi. Tutto ciò è caratterizzato da un’improvvisazione duttile e vivace, tenacemente sorretta dalla fluidità discorsiva del clarinetto di Mario Di Marco, che in certi momenti sembra rifare il verso a Branford Marsalis, alternando schemi più propriamente jazzy o swing ad elaborate quanto fantasiose suite dal retrogusto raveliano. Un album che senza avere grandi pretese riesce nondimeno ad essere gustoso, ad “attrarre senza stancare”, a coinvolgere l’ascoltatore in un flusso ininterrotto di idee e spunti musicali qualitativamente pregevoli. Musica di buon livello insomma e di notevole impatto comunicativo.
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