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The Departure
Dirty Words
2005
Parlophone / Emi
di Claudio Biffi
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Formatisi agli inizi del 2004, sei mesi dopo già catapultati onstage al Reading Festival con il pubblico che cantava a memoria il loro singolo d’esordio “All Mapped Out” e subito dopo con un contratto per cinque dischi con la stessa major di Coldplay e Athlete, i Departure si presentano con credenziali degne di un prodotto di punta della Emi nel settore indie rock. Ascoltando Dirty Words viene da pensare che i cinque ragazzi di Northampton abbiano fatto indigestione di new wave anni ’80 perché l’album è pieno di riferimenti musicali che partono dai maestri Joe Division e Gang of Four in “Don’t Come Any Closet”, agli albori epici degli U2 di War e October presenti in maniera fin troppo evidente nella canzone d’apertura “Just Like TV”, piena di riff di chitarre, nel solco tracciato in questi ultimi mesi dai più famosi e mediatici Franz Ferdinand e Bloc Party ma con tanti ringraziamenti anche ai mai dimenticati Cure ed Echo The Bunnymen. Non mancano poi i richiami al synth rock dei Simple Minds di “Empires and Dance”nella ritmata “All Mapped Out”, il tutto supportato dall’ottima voce di David Jones, di cui si dicono gran cose dopo le performance live della band, e dagli arpeggi virtuosi dei due chitarristi Sam Harvey e Lee Irons. Ma c’è una band che merita una particolare citazione e che traspare nei suoni dark dei Departure, una band sottostimata nell’underground di Manchester ma caratteristica per i toni gotici sempre ben sostenuti dalle melodie musicali: i Chameleons. “Arms Around Me”, “Only Human” e “Time” possono diventare a tutti gli effetti dei singoli e si capisce perchè la Parlophone abbia investito grosse risorse ed abbia incaricato Steve Osborne (Depeche Mode) e il potente Alan Moulder (Nine Inch Nails) di seguire in studio il lavoro dei Departure, ed i risultati si vedono perché l’insieme degli undici pezzi è un puro distillato di ingegneria musicale, un album quasi concepito in provetta, non c’è sangue che scorre nelle vene degli androidi ma freon e le emozioni sono distillate attraverso il suono metallico delle chitarre e i ritmi marziali supportati dal bassista Ben Winton e dal batterista Andy Hobson, che in “Be My Enemy” salgono imponenti mentre Jones dipinge la sua visione orwelliana del mondo attraverso moderni strumenti come schermi televisivi, lenti ottiche e occhi meccanici, un po’ nello stile dei video con protagonisti gli Interpol, band leader della scena dark del nuovo millennio. Cos’altro dire di questo disco, forse che è fin troppo inumano, ma se vi piace il genere è un occasione da non perdere.
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20/07/2005 -
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