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Quando ho ascoltato per la prima volta “Join the cousins” ho pensato ad una di quelle tipiche giornate inglesi, quando fuori piove e c'è la nebbia, e ad un gruppo di amici che, nell'intimità della propria casa, aspetta il ritorno del sole e intanto, suonando, lo ricrea per sè . Eppure i Kech non sono una Brit-band, ma nascono a Monza, amano il vino (“wine is fine”) e, come mostra anche il booklet del cd, non sembrano soltanto un gruppo musicale, ma quasi una “grande famiglia” modello Modena City Ramblers. Già, perchè quello che più colpisce è la perfetta armonia che esiste tra chitarre, xilofono, tromba, voce..., la facilità di un'accordo, di una fusione che alla fine porta sempre al suono più pulito, più colto. Con i loro primi album (“What a lovely place”, “Are you safe?”), registrati nella propria sala prove in modo molto grezzo, con un portatile e due microfoni, i Kech sono stati inquadrati dalla critica nel panorama indie-rock. Eppure, guardando a “Join the cousins”, io parlererei più opportunamente di indie-pop. Mi spiego meglio. Il rock inglese e statunitense di fine anni '90, dei Paviment (“Uh-Uh”, ”Half Jealous”), dei Pixies (“44 Times”), delle Breeders (“In Basement”, “In Beetle”, dove Giovanna a detta di molti sembra una Kim Deal sobria o una Kim Gordon intonata), è si ancora alla base di molte canzoni, ne costituisce il nucleo, ma dall'altra parte la band ha iniziato a svincolarsi da queste influenze, dimostrando via via una maggiore personalità, che si esprime con lo sconfinare in generi diversi, come il jazz di “Colground” o il country di “Clifford”, con lo sfruttare al massimo (forse anche troppo) la formula strofa-ritornello. “The Cousins” è la canzone più giusta per aprire il disco, perchè racchiude le caratteristiche principali dei Kech. "The sun is shining on the leaves, the sun is shining in the wood...." inizia a cantare Giovanna con il suo solito procedere grazioso e leggero, che rispecchia ed imprime nell'immaginazione di chi ascolta la natura quasi idilliaca da lei presentata. Sogno che presto viene spezzato quando, con lo stesso tono da filastrocca, canta anche: "Kill that flower, would you? Kill that flower now please!" Questa ricerca del disaccordo, del contrasto tra contenuto e forma, tra significato delle parole e come esse vengono pronunciate, è una costante nella musica dei Kech e spicca anche in altri brani, come la già citata “Colgraund”. Questa si apre con il suono della tromba che ondeggia leggera e si muove in tutta la sua essenza e sostanza, fino a quando non incontra la voce di Giovanna e con essa si fonde perfettamente, diventando unica globale esperienza di anima e corpo, e lo stesso accade mano a mano con gli altri strimenti. Si tratta di una ballata lenta, a tratti sussurrata, eppure vanta solo una calma apparente a cui fa da ombra il più esasperato degli sfoghi. In generale ai Kech spetta il merito di aver prodotto un disco assolutamente sprovincializzato, fresco, estivo, ma sempre intelligente, un disco da ascoltare ad occhi chiusi sotto il sole quando sei in spiaggia o in un prato. Eppure il limite sta proprio in questo: se rilassandoti troppo finirai con l'addormentarti per qualche minuto, al tuo risveglio ti sembrerà di trovare tutto allo stesso punto in cui lo avevi lasciato. Un modo per dire che le canzoni, sebbene carine e ben strutturate, alla lunga peccano di un'eccessiva monotonia. Ma che sia forse questa voluta?
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