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La completa maturità. Capolavoro. Così è stato salutato il recentissimo disco della band progressive metal di New York da parte degli addetti ai lavori. E c’è da dire che Octavarium effettivamente spacca, con quella efficacissima fusione di musica heavy, melodia, ballata e rimandi alla musica dei Pink Floyd e di gruppi come Genesis e Yes; tutto però ha quell’inconfondibile marchio Dream Theater che non si fatica affatto a riconoscere. Forse è l’album più commerciale, se così vogliamo chiamarlo, della carriera, perché compaiono ballate dai tempi lenti, pezzi radiofonici e tuttavia solidi brani di musica heavy suonata alla perfezione dall’ormai collaudatissimo quintetto. Il disco apre con un pezzo classico, “The Root Of All Evil”, potente e solido, epico e granitico e tuttavia dotato di una bella melodia che si incastra alla perfezione con le evoluzioni ritmiche del brano: in una parola è il riff a comandare qui. Secondo brano e cambiano radicalmente le atmosfere, perché “The Answer Lies Within” è una ballatona superba, semiacustica e guidata dal piano; la voce di James LaBrie è dolcissima, malinconica e sofferente, si culla in questo gioiello fatto di violini, piano e chitarre e segue la mai banale costruzione armonica, facendo salire già dall’inizio la qualità del disco. Interessante “These Walls”, un altro potente brano dove a farla da padrone sono i riff di chitarra e i fraseggi di tastiera, mai come adesso così in sintonia tra di loro a compenetrarsi in questa apoteosi del suono che si arricchisce anche di arrangiamenti orchestrali. Il pezzo termina con il suono di un cuore pulsante, in perfetto stile Pink Floyd, e con le lancette di un orologio che danno inizio al quarto pezzo, la bellissima “I Walk Beside You”. Riff heavy ma brano più immediato e diretto di tutto il disco, quattro minuti e mezzo di puro rock sinfonico da radio, con la voce di LaBrie che sale di tono e intensità e un’arrangiamento e una melodia da brividi: la qualità e la raffinatezza con cui viene trattato e suonato ogni pezzo è a dir poco strepitosa. Siamo a metà disco e già qui possiamo sbilanciarci a favore di un giudizio più che positivo: i fans della vecchia guardia e i nuovi adepti possono trovarsi d’accordo su un disco che è meno pesante e artificioso delle ultime prove in studio e tuttavia così attuale e fedele allo stato di grazie in cui si trova la band di John Petrucci. La seconda parte vede la potenza di “Panic Attack”, un brano aperto dalle evoluzioni di un basso quanto mai vivo e squarciato da pesantissimi riff di chitarra. Batteria che scandisce i tempi alla perfezione e voce filtrata che dà al pezzo un impronta decisamente progressive; chitarre e tastiere continuano la loro lotta, ma il risultato vede solo un impasto sonoro da brividi eseguito con la solita immane tecnica. Siamo nella parte più heavy del disco, e con “Never Enough” si prosegue la strada del prog; intro molto elettronico che lascia spazio alla maestosità della batteria e della chitarra, mentre pian piano compare anche una certa melodia in un brano potentissimo e sofferto allo stesso tempo. “Sacrificed Sons” parla presumibilmente della strage dell’undici Settembre, pezzo aperto da voci mescolate di gente di varia cultura che comunica; la melodia è guidata ancora dal piano, mentre la chitarra ricama e tesse trame attorno a tappeti di violoncelli e tastiere. La voce come sempre è dotata di una espressività e sofferenza che lascia senza fiato, conferendo al pezzo un tenore altissimo che lo candida ad essere uno dei momenti più intensi dell’intero album. Tutto ad un tratto siamo arrivati all’ultimo pezzo, che è un inno alla musica progressive. Il brano che dà il titolo al disco dura ventiquattro minuti, è organizzato in forma di suite e presenta cinque momenti diversi per intensità ed atmosfera. È evidente il tributo iniziale ai Pink Floyd, a quella “Shine On Your Crazy Diamond” che qui è presente nel suono della chitarra, della tastiera e nell’idea che viene resa; ma a un ascolto più attento si sentono i Jethro, i Genesis, e poi ancora Yes e Rush. Il tutto alla maniera dei Dream Theater, per un brano che chiude alla perfezione un disco dotato di otto pezzi su otto estremamente validi. Musicalmente ci sono tracce di dischi come “Image and Words”, “Scenes From a Memory” e “Six Degrees of Inner Turbolence”, mentre la pesantezza del precedente e metallico “Train Of Thought” è assente. Sicuramente un disco ispiratissimo, che lascia soddisfatti già dal primo ascolto e fa venire la voglia di immergersi di nuovo in questo sinfonico paradiso-inferno del suono estremamente progressive rock. Da avere assolutamente, anche solo per avvicinarsi a questo validissimo gruppo.
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