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A meno che non viviate in cima ad un albero, vi sarete sicuramente accorti che nel Regno Unito sta avendo luogo un vero e proprio Rinascimento di nuove bands “guitar-based”, e che di questi tempi praticamente non passa settimana senza che esca il CD di esordio di uno di questi gruppi. La definizione più usata è quella di “art-rock”, il sottogenere (ri)lanciato dai Franz Ferndinand ispirandosi ai Roxy Music e al post-punk degli anni ’80, e nel quale si possono inserire gli emergenti Maximo Park da Newcastle, gli Art Brut da Londra e i Futureheads da Sunderland. In realtà i Futureheads (Barry Hyde il leader de facto e Ross Millard a voce e chitarra, David Craig voce e basso, Dave Hyde voce e batteria) non sono affatto dei novellini: nel 2002 avevano realizzato un raro EP oggi molto ricercato “Nul Book Standard” in cui le loro coordinate post-punk erano già molto ben definite; problemi managerial/produttivi ne hanno però rallentato l’ascesa, favorendo il sorpasso da parte dei Franz Ferdinand, che nel frattempo hanno sfruttato intuizioni più o meno simili. Oggi, finalmente, l’esordio su lunga distanza, e la possibilità di recuperare sul tempo perduto. Fin dall’inizio, “The Futureheads” è quello che ti aspetti: ritmiche angolari e scattose e palesi influenze XTC, Fugazi e primi Jam (“Carnival Kids” pare tratta da “All Mod Cons”). In più, Hyde e soci propongono anche dei begli impasti vocali, a corredo di un sound maturo e assai personale. La band di Sunderland possiede però delle evidenti carenze, tutte sul piano compositivo. Se, facendo un’inevitabile paragone con l’esordio dei Franz Ferdinand, quel disco conteneva una rassegna di brani altamente pregevoli, qui l’”hook” che ti si pianta nel cervello te lo devi andare a cercare col lanternino. O.K.: è un vero colpo di genio la cover di Kate Bush “Hounds Of Love”, che rivolta come un calzino l’originale e lo trasforma in un trascinante, monumentale esempio di art-rock e – probabilmente - uno dei pezzi che negli anni a venire citeremo per definire il 2005. L’altro brano già uscito su singolo, “Decent Days And Nights”, è quasi allo stesso livello, e si elevano dal resto del gruppo la spigolosa “First Day”, la divertente, filastrocchesca “Stupid And Shallow” e l’anomala “Danger Of The Water”, che i Futureheads, in un esercizio di bravura, eseguono “a capella” alla Flying Pickets. Per il resto, però, su “The Futureheads” si batte una prevalente fiacca compositiva, esemplificato dalle scadenti tre canzoni d’apertura “Le Garage”, “Robot” e “A To B”, con l’impressione è che i quattro componenti del gruppo si agitino molto, ma perlopiù senza costrutto. Il consiglio, se siete a corto di danari, è di non darsi pena più di tanto per questo album della band di Sunderland, cercando però di rintracciare il CD single di “Hounds Of Love” (basilare). Così facendo, peraltro, risparmierete ai fini dell’acquisto di “Bang Bang Rock And Roll” degli Art Brut, quello sì un imprescindibile esordio di art-rock attraversato da liriche colme di humour e da riff di chitarra memorabili. Di cui – più in dettaglio - ad una prossima recensione.
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