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Se avessimo sedici o diciassette anni, questo esordio degli Arcade Fire sarebbe il tipico disco a cui dedicheremmo un mucchio di ore delle nostre giornate, graffitando sui muri il logo della band e scribacchiando sul diario frasi topiche delle loro canzoni. Prendendo come esempio il brano in apertura, “Tunnels aka Neighborhood # 1”, ci viene naturale immaginare un’intera generazione di adolescenti intenti ad ascoltarla in cuffia, rannicchiati sotto le coperte a tarda ora della notte, sedotti senza cura dal suo malinconico arrangiamento orchestrale e dalla morbosa impressionistica lirica che rimanda ad un tempo – in fondo non distante – in cui la vita era infinitamente meno complicata di quanto non siano gli anni che finiscono in “teen”. Che sia chiaro, tuttavia, che quanto asserito non ha fini denigratori. Anzi. Uscito negli USA nel settembre 2004 ma pubblicato nella Vecchia Europa solo di recente, “Funeral” è quella rara specie di album che solitamente usa definire “capolavoro”, e che, siamo pronti a scommetterlo, farà il nido nei cuori e nella mente dell’attuale schiera di teenagers come in passato – e per altre generazioni – l’han fatto dischi come “Pornography” dei Cure, “The Queen Is Dead” degli Smiths, l’esordio degli Stone Roses e “(What’s The Story) Morning Glory” degli Oasis. Gli Arcade Fire, ovvero l’americano Win Buttler e la canadese di origini haitiane Régine Chassagne (coppia leader in possesso anche di licenza matrimoniale) - più Richard Parry, Tim Kingsbury e William Butler, fratello minore di Win -, sono riusciti a costruire una sequenza di pezzi quasi inattaccabile. Diciamo “quasi”, perché ci riesce dura digerire la zuccherosa “Crown Of Love”, che non vedremmo fuori luogo sul palco di Sanremo interpretata da uno dei tanti Gigi D’Alessio di casa sulla Riviera Ligure. E’ l’unica eccezione, però, perché tutto il resto equivale ad una sorta di cavalcata trionfale dove Butler e la Chassagne – entrambi vocalmente “attivi” -, prendendo spunto sia dal goth-rock britannico che da certa new wave “nervosa” newyorkese, realizzano una personalissima versione di quello che in fondo è, semplicemente, un brillante pop orchestrale moderno cesellato con una maniacale attenzione ai più minuscoli particolari. Cavalcata trionfale, dunque. Si inizia, come già detto, con l’elegiaca “Tunnels”, ballad gotica arricchita da pianoforte e violino che possiede un chorus “adesivo” e parole che forse non avrebbero cestinato nemmeno Shelley e Byron; “Laika aka Neighborhood # 2” e “Power Out aka Neighborhood # 4” rimandano entrambe, invece, ai migliori Talking Heads, quelli delle complessità ritmiche di “Fear Of Music” e “Remain In Light”, e sono vive, nervose e gioiosissime, con – specialmente sulla prima – l’azzeccata fusione delle voci “operatiche” di Butler e della Chassagne; “Un Anneè Sans Lumiere” è un altro riuscitissimo momento introspettivo che arriva a bersaglio in virtù di una serie di linee melodiche senza tempo; “Kettles aka Neighborhood # 4” è l’episodio più minimalista del disco, chitarra e voce, ma Win Butler interpreta ottimamente anche il ruolo di singer/songwriter; poi c’è “Crown Of Love”, OK, spingere il pulsante “skip”, prego, ed arrivare a “Wake Up”, forse il momento più elevato dell’intero “Funeral”, in cui gli Arcade Fire riescono a dare una sintesi compiuta alle proprie influenze (Robert Smith, David Byrne, Burt Bacharach) e ad alfine scovare la propria pietra filosofale. Repentino cambio di atmosfera per la più rilassata “Haiti”, in cui per la prima volta sperimentiamo la voce di Regine Chassagne, una sorta di Bjork haitiano-canadese. Maestosa è poi la successiva “Rebellion (Lies)”, che può anche far tornare alla mente i Cranberries; ma non fa niente, perché il ritornello cantato insistentemente da Butler, “…every time you close your eyes…” si imprime piacevolmente nella mente dell’ascoltatore con una facilità irrisoria. Degna conclusione di “Funeral” è infine la bjorkianissima “In The Backseat”, in cui la Chassagne ci porta a fare un giro in macchina, rigorosamente nel sedile posteriore: deliziosa. E’ possibile che i soliti critici vetero-punk non riescano ad afferrare la grandezza di “Funeral” e puntino l’attenzione più sui suoi aspetti “derivativi” dalla vecchia new wave che su quanto Butler, la Chassagne e soci invece, sintetizzano ed inventano, e, soprattutto, sull'enorme qualità di 9 canzoni di un album che, più che un funerale - l’ispirazione del disco è stata data dalla perdita di alcuni parenti dei componenti della band – è una romantica celebrazione, con piglio prevalentemente nostalgico, degli anni pre-adolescenziali. Meglio ripeterlo, perché sia chiaro: “Funeral” è quella rara specie di album che chi non è afflitto da trombonismo e possiede un minimo di sale in zucca usa definire “capolavoro”. Dedicategli il vostro prezioso tempo, anche se avete più di diciassette anni.
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