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Gli effetti imprevedibili e nocivi della retromania, dominante da innumerevoli anni, hanno prodotto un aumento abnorme e ingiustificato del prezzo di album un tempo facilmente reperibili a cifre ragionevoli, in Lp o in CD, nei reparti dell’usato dei negozi specializzati.
Le edizioni in vinile dei Danzig, gruppo a suo modo di culto formato dall’ex frontman dei Misfits nel 1987 dopo lo scioglimento dei Samhain ‒ pochissimi gli anni di attività di questi ultimi e, di fatto, solo due trentatré giri in repertorio durante la loro breve vita ‒ erano diventate estremamente rare, con quotazioni folli (evitiamo di prendere in considerazione la sovrabbondanza di bootleg immessi sul mercato nell’ultimo ventennio).
Di conseguenza, non si può che accogliere calorosamente il ciclo di ristampe che riporta negli espositori i titoli incisi da Glenn Danzig e compagni tra il 1988 e il 1994, benché privi di uno straccio di liner notes o di tracce extra (caratteristica assai spiacevole per l’acquirente).
Acerbo se paragonato al successivo “Danzig II-Lucifuge”, “Danzig”, primo LP del complesso, è comunque un’opera gradevole, che mantiene il proprio fascino cupo e magnetico pressoché intatto a quasi quarant’anni dalla pubblicazione.
Abbandonati i ritmi sostenuti della musica registrata con i leggendari Misfits, ma non l’immaginario fosco e macabro che ne era il tratto distintivo ed essenziale, Glenn Danzig e la band offrono sonorità cavernose senza mai premere troppo sull’acceleratore.
Dall’iniziale “Twist Of Cain”, l’omaggio all’hard rock sulfureo dei primi Black Sabbath è esplicito. I riff della chitarra scolpiscono un suono che la sezione ritmica contribuisce a rendere al tempo stesso massiccio e scarno, senza fronzoli. “Not Of This World” è arricchita da assolo virtuosistici (era l’epoca dei funamboli della sei corde) e da linee vocali in equilibrio tra Jim Morrison e un Elvis Presley infernale (per citare i Gun Club del brano “For the Love of Ivy”).
“She Rides” mescola hard rock e blues ed è tetra quanto orecchiabile. “Soul On Fire”, tra i pezzi migliori del disco, è accattivante e nel testo gioca sull’assonanza delle parole “Samhain” (in origine, una festa pagana celebrata dai Celti) / “summer”. In “Am I Demon” i riff circolari sono ripetuti ossessivamente, e l’assolo è una cascata fragorosa di note.
“Mother”, forse la canzone più nota del gruppo, dà la possibilità a Danzig di sfoggiare l’espressività della sua voce; vibrante la chiusura, serrata e con acrobazie di chitarra elettrica (tapping, bending, ecc.). “Possession” sembra invece prendere vagamente spunto dalla “Orion” dei Metallica di “Master of Puppets”; anche il cantato pare rendere omaggio a James Hetfield e sodali. Va sottolineata, però, una differenza sostanziale tra i due complessi: i Danzig sono lontani dalle sonorità sfrenate e articolate della band di Los Angeles; la loro musica è minimalista; di notevole compattezza, si spinge però di rado fuori dagli schemi piuttosto rigidi del genere di riferimento.
Gli arpeggi di “End Of Time” creano sfumature sinistre, parzialmente bilanciate dalla lascivia del testo di “The Hunter”, un blues energico e tenebroso.
L’alternanza di pieni e vuoti in “Evil Thing” offre un ultimo tributo ai Black Sabbath, in particolare alla loro “War Pigs”, e conclude un disco che, come già detto, non ha perso lo smalto e che potrà essere apprezzato dagli appassionati dei filoni musicali ai quali si fa riferimento nella recensione Tracklist Lato A: Twist Of Cain Not Of This World She Rides Soul On Fire Am I Demon
Lato B: Mother Possession End Of TimeT he Hunter Evil Thing
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