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“Il fiore dell'Agave” è la brillante dimostrazione che Umberto Palazzo (voce e chitarra), ha finalmente ritrovato i compagni di viaggio ideali per rappresentare degnamente quel che resta del rock italiano indipendente, e popolarne con ampio consenso le scene (Raffaello Zappalorto al basso, Gino Russo alla batteria e Alessio D'Onofrio alla chitarra). I Santo Niente sembrano essere coscienti apprezzatori di tutte quelle grandi band italiane passate e presenti, CCP, CSI, Afterhours, Marlene kuntz (pre e post-Maroccolo) che, più o meno volentieri (Godano ad esempio dice che qualsiasi creazione artistica dovrebbe essere slegata da messaggi e consigli su come comportarsi), hanno incarnato le sofferenze di queste nuove generazioni e per questo ne sono stati eletti portavoce. Sofferenze, depressione, mancanza di ideali che in musica si traducono nella new-wave, nel noise rock dei Sonic Youth, tutte influenze rintracciabili in un disco come questo, ottenuto tra l'altro con un budget bassissimo come nelle migliori tradizione indie.
"Luna Viola", la prima traccia, ci trasporta immediatamente in un' atmosfera quasi mistica, surreale, in cui i contorni delle cose appaiono sfumati e incerti. In questo deserto la voce di Umberto Palazzo si fa strada con una naturale e spontanea lentezza ed il suo è un adeguarsi al ritmo che a volte sembra malinconico, altre semplicemente dolce nel fondere la poesia con il suono grezzo delle chitarre. Anche “Spirituale” è un pezzo molto personale e introspettivo, ma rispetto al precedente ha un ritornello più trascinante, che si appoggia a un riff facile da ricordare. “Prima della caduta”, se in generale si muove sulla stessa linea e sullo stesso misticismo dei primi due, finisce per esplodere all'improvviso in un grido che ricorda in tutto è per tutto Lindo Ferretti. E allora è solo emozione, è il fiore dell'Agave che inizia a sbocciare. Eppure il pezzo seguente, “Nuove Cicatrici” è, insieme a “Candele”, il più triste e il più sentimentale e la voce di Palazzo è quasi sempre un sussurro che si esprime alla maniera dell'abile paroliere. Ora che si è toccato il fondo è necessario risollevarsi e il punk e qualche influsso ska di “Facce di nylon”, ne sono la risposta e naturale conseguenza. La situazione è ormai matura per inserire la nuova versione della demo “Occhiali Scuri” così come la sensibilità della band ora la concepisce. "Io mi chiedo spesso perchè non dovrei abbracciare il nulla, fondermi nel blu", canta Palazzo in quella che è uno delle traccie più significative. Il brano ”Le Superscimmie”(che da amante dei Verdena mi fa pensare alla loro demo “Fiato adolescenziale") è pura potenza, puro sfogo dopo l'instancabile introspezione dei primi pezzi., è il divertimento meritato di chi per un attimo chiude gli occhi sul mondo. Ma subito “Santuario” fa appello a una più matura coscienza e i suoni distorti e sfumati si orientano in un clima complessivo di angoscia, di soffocamento di urbana desolazione, una realtà questa volta concreta e non fuori dai sensi, "dove non c'è futuro e la gente parla parla ma non dice niente". “L'attesa” si apre con un'energia cadenzata e una carica, scusate il gioco di parole, “fedele alla linea” dei CCCP, anche se per il resto è un continuo calare. E così siamo giunti alla fine. Conclude questo disco un brano, “Aloah”, che per la sua rilassatezza si proietta al calore di spiagge esotiche. Ebbene si tratta solo di un'apparente serenità, dietro alla quale si nasconde una cupa riflessione sulle cose che finiscono. Forse però ciò è quasi un bene, inevitabile conclusione di chi fin dall'inizio dimostra di sentirsi diverso, immune dalla comune mediocrità. "Mi sembra di sparire, di diventare immateriale, ma guardandomi intorno penso che non è un male".
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