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Eppure tanto rumore per nulla. O quasi. Noel Gallagher si è premurato di far sapere al mondo quanto sia bello essere in un gruppo dove si lavora creativamente tutti insieme, dove ci sia un nuovo batterista dotato di una energica vitalità (meglio se figlio di un membro dei Beatles, un altro sogno che si avvera) e dove ci sia una ritrovata situazione feconda di idee e ispirazioni. Tutto questo sventolato in conferenza, ma il disco “Don’t Believe The Truth” alla fine com’è? La stampa mondiale l’ha salutato come il disco della rinascita, il disco che si aspettava da anni, addirittura i più arditi hanno avanzato l’ipotesi del disco migliore in assoluto che hanno fatto. Ma un fan che segue gli Oasis da sempre non può accontentarsi di questo. Il disco è debole, è diverso nel sound (cosa normale, sono rimasti come membri originali solo Liam e Noel) e diverso nella scrittura delle canzoni e questo conferisce un’aurea di novità e innovazione; ma è troppo poco, i pezzi che si salvano si contano sulle dita di una mano, gli altri sono scialbi, alcuni addirittura improponibili (pessima idea quella di dare lo spazio di tre canzoni a Liam). Questo disco prosegue la linea dell’ultimo “Heathen Chemistry”, ha canzoni che un vero fan non può accettare come degne dei livelli di “Morning Glory” o “Be Here Now”; ma andiamo subito al sodo. Il disco apre con “Turn Up The Sun” e fa ben sperare: un intro non alla Oasis, qualcosa di particolare che si tramuta in un attacco potente che adesso fa capire subito quale gruppo si sta ascoltando; buon pezzo, azzeccato per dare la falsa sensazione che gli Oasis sono tornati a fare il culo al mondo. Già con “Mucky Fingers” però ti viene il panico, perché ascolti una canzone che è praticamente un pezzo dei Velvet Underground cantato e suonato come lo farebbe Bob Dylan nei Settanta (c’è persino l’uso dell’armonica, senza contare che a un certo punto Noel canta proprio come il maestro). Arriva il momento del singolo “Lyla”, che dà un’altra botta di energia ed è uno dei pezzi migliori (cosa paradossale, è stato inserito all’ultimo per dare un singolo in pasto alle radio), con l’unica pecca di essere nell’attacco “Street Fighting Man” degli Stones, mentre con “Love Like A Bomb” Liam commette il primo errore del disco. La canzone è costruita su “You’ve Got To Hide Your Love Away” di John Lennon, ed è abbastanza scialba come tutte le canzoni che ha composto fino ad ora. Noel non vuole essere però da meno, perché “The Importance Of Being Idle” guarda ai Kinks e copia il riff da una b-side dei La’s, ma se si riesce a superare questo ostacolo si riesce ad ascoltare un buon pezzo, sicuramente uno dei migliori; meglio soprassedere sulla seconda composizione di Liam, perché “The Meaning Of Soul” è improponibile ed è una fortuna che duri un minuto e quaranta secondi. “Guess God Thinks I’m Abel” è ancora di Liam, ha la strofa di “I Wanna Be Your Man” dei Fab Four calata in un tempo e in un arrangiamento originali e quindi non salta all’orecchio, tutto sommato per come è costruita è un discreto pezzo, sicuramente il migliore dei tre firmati dal frontman; “Part Of The Queue” è ancora di Noel, ancora un buon pezzo, in tre quarti con una batteria nervosa e delle trame di chitarre acustiche (una caratteristica di molti pezzi di questo disco), mentre “Keep The Dream Alive”, del bassista Andy Bell, è una canzone abbastanza radiofonica, quella più vicina alla classica ballata Oasis anche se siamo lontani anni luce degli standard cui ci avevano abituato gli Oasis. Dell’unico pezzo del chitarrista Gem, “A Bell Will Ring”, resta poco o nulla, e proprio l’ultima traccia si rivela esse probabilmente la migliore; “Let There Be Love”, è sognante, profuma di Lennon, risale a sette anni fa e girava in rete in versione acustica con un altro nome, ora è stata completata ed è un capolavoro. Piano in evidenza, chitarra acustica e Liam che canta una strofa straziante lasciando a Noel la parte seguente, per una canzone che bilancia perfettamente le due voci e che si candida ad essere il prossimo singolo per le radio (bello oltretutto il finale blueseggiante accompagnato con le mani). Dopo quaranta minuti il disco finisce e lascia l’amaro in bocca perché ci sono cose che non convincono, altre che fanno sperare in meglio ma che sicuramente non salvano nel complesso quest’ultima fatica da una bacchettata; avevano sessanta canzoni pronte, potevano fare di più. Oltretutto sono decisamente migliori le b-sides di “Lyla”, ma si sa che nei singoli degli Oasis si trovano tante gemme. È un disco da ascoltare, ma non aspettatevi troppo, perché potreste rimanere parzialmente delusi.
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