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Benchè “The National” sia uno dei peggiori nomi che una band abbia adottato dai tempi dei “The Police”, il loro “Alligator” è una proposta in grado di intrigare, fin dai primi ascolti. A beneficio dei non edotti, i National sono un quintetto proveniente da Cincinnati (Ohio) ovvero dalla cosiddetta periferia dell’Unione, che qualche anno fa ha deciso di trasferirsi in blocco a New York - e più precisamente a Brooklyn – per meglio recepire i vitali effluvi artistici prodotti in quantità dalla tentacolare metropoli. “Alligator” è il loro terzo album, ed è un disco per molti versi spiazzante: nel senso che, quando ti sei ormai convinto di essere in presenza di un caso di raffinato cantautorato americano con solide radici nella tradizione alla – ad es. - Uncle Tupelo o Richmond Fontane, i National effettuano brusche sterzate in territori battuti in passato dagli Interpol, dagli Smiths, da Echo & Bunnymen e perfino (udite udite) dai Roxy Music. E chissà, forse è anche normale che sia così, in quanto il genere cosiddetto “Americana”, puro e non intaccato dalle esterne influenze ormai è quasi un’assurdità e forse anche un’ipocrisia, e ragazzi di non più di trent’anni come Matt Berninger (cantante, frontman e autore di tutte le eccellenti liriche) e le due coppie di fratelli Devendorf e Dessner non possono non aver assorbito, oltre alla lezione dei vari singer/songwriters a stelle e strisce, anche tutta quell’infinità di sonorità che dalla fine degli anni ’70 in poi diverse generazioni di artisti britannici hanno riversato sull’altra sponda dell’Atlantico. Per venire al sodo, le canzoni di “Alligator” possiedono una qualità medio-alta, ove per lato “alto” leggasi: l’intimistica e pensosa “Daughters Of The Soho Riots”, un episodio toccante paragonabile al brano che – non riuscendoci mai - i Tindersticks avrebbero sempre voluto scrivere ed incidere; “Friend Of Mine”, sottolineato da una chitarra nervosa in stile Interpol e con un chorus che non avrebbe sfigurato su “Avalon” dei Roxy Music, davvero un gran pezzo, molto anni ’80; “Karen”, una dolce ballata più tradizionalmente “americana”; la rockeggiante alla The Smiths “Abel”, brano in cui tutta la tensione accumulata da Berninger e soci nel corso del disco viene finalmente rilasciata; l’acustica à la Iron & Wine “City Middle”. Altri episodi, invece (“Looking For Astronauts”, “”All The Wine”) risultano un pò anonimi, ma questi ed una certa disomogeneità complessiva non nuocciono al positivo giudizio finale su “Alligator”, guadagnato soprattutto in virtù di “Daughters Of The Soho Riots”, brano di caratura superiore, e della gran classe e facilità di esecuzione di cui i National danno mostra per tutto l’arco dell’album. Tempo fa (parecchio tempo fa) una band di Liverpool pubblicò un “promettente” disco intitolato “Crocodiles”, che fu poi seguito da un “memorabile” album chiamato “Heaven Up Here”; chissà che anche per l’”Alligator” dei National, ammiratori – seppur ad intermittenza - del buon vecchio sound britannico degli ’80, non si possa verificare un exploit di questo tipo?
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