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Muoversi dentro il perimetro del funk–soul di fine anni ’70 significa accettare una sfida precisa: lavorare su un linguaggio già codificato senza ridurlo a esercizio di stile. I Mondo Freaks affrontano questo terreno con consapevolezza e una solidità musicale che evita questo scoglio con intelligenza e, soprattutto, con una convinzione sonora che raramente si incontra in operazioni di questo tipo.
Nati nella fertile scena di Melbourne, la stessa che ha prodotto realtà come Hiatus Kaiyotee Surprise Chef, i Mondo Freaks si presentano come una vera e propria macchina musicale: dieci elementi, una sezione ritmica solidissima e l’idea base di riportare al centro la forma-canzone, evitando la deriva puramente strumentale che spesso caratterizza il revival funk. Inoltre, l’impianto vocale diventa uno degli elementi distintivi del disco perché sceglie di puntare su cinque voci diverse e sposta il progetto oltre il semplice groove strumentale, costruendo un disco che vive di canzoni, non solo di atmosfera.
Il riferimento è chiaro e dichiarato: quel passaggio storico in cui la disco evolve verso un funk più levigato e un R&B sofisticato, tra Luther Vandross e Aretha Franklin o le produzioni sofisticate più recenti di Brand New Heavies ed Incognito. Ma ciò che colpisce è la capacità di evitare qualsiasi forma di nostalgia sterile: evitano, nella maggior parte dei casi, la trappola del citazionismo. Il suono è curato, caldo, costruito con attenzione quasi artigianale: basso e batteria lavorano in profondità, i fiati sono calibrati, le chitarre ritmiche non invadono mai lo spazio. Su questo incide, dal punto di vista produttivo, Il mix di Michael Brauer, nome che porta con sé un pedigree che va da Coldplay a The Rolling Stones, che garantisce una resa sonora cristallina ma mai fredda, tale da costruire un groove continuo, elastico, capace di sostenere l’intero impianto senza mai irrigidirsi.
I momenti più riusciti sono proprio quelli in cui il collettivo sfrutta la propria natura “variabile”: la morbidezza vocale di Aaron Mendoza, la presenza dominante di Jade MacRae, che regge gran parte del disco con una sicurezza interpretativa notevole e i contributi di Susie Goble, Francisco Tavares e Jason Heerah. È qui che il progetto trova la sua identità più convincente: nella capacità di essere dinamico, mai monocorde.
I Mondo Freaks sono una band già matura sul piano esecutivo e produttivo, che deve però ancora compiere un passo ulteriore sul fronte dell’identità autoriale. È lì che si gioca la differenza tra un ottimo disco e un lavoro davvero necessario. Nel complesso, il debutto convince perché è solido, coerente e suonato con una competenza rara. Questo disco funziona perché è suonato con competenza, prodotto con gusto e costruito con una visione chiara. E soprattutto perché nasce da un’idea precisa di musica collettiva, lontana anni luce dalla solitudine digitale che domina gran parte della produzione contemporanea.
In definitiva, i Mondo Freaks non reinventano il linguaggio del funk-soul ma lo riattivano con credibilità e profondità. E oggi, nel mare indistinto delle uscite globali, non è affatto poco.
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