|
A sei anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio, i Cookin’ On 3 Burners tornano con ”Cookin’ The Books”, un disco che ha l’ambizione – nemmeno troppo nascosta – di fare sintesi tra fedeltà filologica e apertura a una dimensione più contemporanea. Il punto, però, è se questa tensione riesce davvero a tradursi in un avanzamento e quanto resti invece ancorata a una comfort zone stilistica ormai ben codificata.
Registrato su nastro, con strumentazione vintage e un evidente culto per il suono analogico, il disco si muove dentro coordinate estremamente riconoscibili: Hammond in primo piano, groove serrati, una costruzione ritmica che guarda tanto al deep funk quanto a una certa tradizione soul più classica. Fin dalle prime battute della title track, il trio australiano ribadisce il proprio marchio di fabbrica con un approccio diretto quasi programmatico che punta più sull’efficacia immediata che sulla sorpresa. “Cookin’ The Books” funziona molto bene quando si lascia andare alla dimensione strumentale più asciutta e fisica – brani come ’No Bread For You’’ o ’New Yorker mettono in campo un groove compatto, essenziale, capace di reggere senza bisogno di sovrastrutture. In questi momenti, la band dimostra di avere ancora pieno controllo del linguaggio e una solidità esecutiva difficilmente discutibile.
Diverso il discorso quando entrano in gioco le parti vocali e la scrittura più esplicitamente soul. La presenza ricorrente di Stella Angelico, così come gli interventi di Natalie Slade e Wilson Blackley, amplia il raggio espressivo del disco ma allo stesso tempo lo espone a una certa prevedibilità formale. ’I’m Comin’ Home To You’ o ’Brighter’ funzionano per energia e resa, ma si muovono su traiettorie già battute, dove il rischio è quello di scivolare in una comfort soul che privilegia il calore rispetto alla profondità. Più interessanti risultano invece gli episodi in cui la band prova a contaminare maggiormente il proprio suono. La rilettura di ’Ms. Fat Booty’ e quella, più ironica, di ’Living On A Prayer’ mostrano un’attitudine giocosa ma non superficiale, capace di rimettere in circolo materiali noti attraverso una lente funk credibile. Allo stesso modo, ’The World Is Cold’ introduce una componente più esplicitamente politica e contemporanea, anche se resta più un’intenzione che un reale cambio di passo.
Nel complesso, “Cookin’ The Books” è un disco solido, coerente, costruito con grande mestiere. Ma è proprio questa coerenza a rappresentarne anche il limite principale: i Cookin’ On 3 Burners sembrano più interessati a perfezionare un’identità già definita che a metterla realmente in discussione. Per chi cerca groove, suono caldo e una band che sa esattamente cosa sta facendo, il risultato è pienamente soddisfacente. Per chi invece si aspetta uno scarto, una deviazione, un rischio vero, la sensazione è che il fuoco arda ancora… ma senza cambiare davvero temperatura.
|