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Dinosaur Jr
You’re Living All Over Me (reissue 2005)
1987
Sweet Nothing
di Andrea Salacone
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Diciamolo subito: i Dinosaur Jr hanno registrato troppi album. O meglio, partendo da alcune intuizioni felicissime, J Mascis ha tirato troppo la corda, riciclando in continuazione una formula che è diventata negli anni un marchio di fabbrica troppo ripetitivo. A partire dalle sonorità grezze del brillante esordio “Dinosaur” (1985) – di cui la sottovalutata “The Leper” era forse il brano più accattivante – fino a “Hand It Over” (1997), è impossibile trovare un disco che non rimandi in qualche modo a strade già battute in passato dal Dinosauro. Con “You’re Living All Over Me” (1987) il gruppo – composto ancora da Mascis (voce, chitarra), Lou Barlow (basso) e Murph (batteria) - era al secondo Lp, e il capolavoro “Green Mind” (1991) doveva ancora arrivare. Un album in cui gli aspetti più dissonanti e rumoristici (ma non quelli più rumorosi) avrebbero lasciato il posto a pezzi più orecchiabili, spesso giocati su riuscitissimi impasti elettroacustici. Detto questo, le ristampe dei primi tre dischi dei Dinosaur Jr sono chiaramente benvenute, anche per riscoprire la maestria con cui i tre hanno saputo mischiare impeto hardcore, distorsioni chitarristiche che in parte richiamavano il noise dei Sonic Youth, linee vocali indolenti alla Neil Young e melodie spesso azzeccatissime, anche se lontane da facili “ganci” pop. In “You’re Living All Over Me” la predilezione di Mascis per brani trascinanti e grezzi è protagonista assoluta, e la chitarra acustica è ancora sommersa da un mare di distorsioni (si veda anche la cover di “Just Like Heaven” dei Cure, bonus track della ristampa). Tra i brani più indovinati, memorabili “Little Fury Things”, rumoroso e saturo di wah-wah, con la partecipazione di Lee Ranaldo (Sonic Youth) alle backing vocals; “Kracked” e “Sludge Feast”, con sezioni strumentali lunghe e articolate e la sei corde di Mascis a ruota libera; “The Lung”, giocato sull’alternanza di parti chitarristiche pulite/riverberate e distorte; “Tarpit”, ballata elettrica con ritornello bellissimo e coda rumoristica; “Poledo”, pezzo bizzarro e sconclusionato, firmato da Lou Barlow, che anticipava la produzione successiva del musicista in chiave spartana e lo-fi nella duplice veste Sebadoh e Sentridoh. A suo modo, una pietra miliare dell’indie di fine anni ’80 e molto oltre.
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25/05/2005 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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